di Marie-Lucile KubackiRoma - Alla fine di giugno Papa Leone XIV ha nominato il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, e Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, membri del Dicastero per l’Evangelizzazione . Le due nomine hanno richiamato l’attenzione su due figure del rinnovamento missionario in Francia, a due mesi dal viaggio Papale in terra francese. Entrambi hanno maturato la loro comprensione della missione confrontandosi con le urgenze e i fenomeni concreti – secolarizzazione, migrazioni, pluralità religiosa, diminuzione del numero dei sacerdoti, crisi sociale e precarietà.Jean-Marc Aveline e Éric de Moulins-Beaufort sono anche due teologi. Se l’arcivescovo di Reims ha conseguito il dottorato sull’antropologia di Henri de Lubac, con una tesi intitolata «Antropologia e mistica secondo Henri de Lubac: “lo spirito dell’uomo”, ovvero la presenza di Dio nell’uomo» presso la Pontificia Università Gregoriana, quello di Marsiglia ha fondato e diretto l’Istituto di Scienze e Teologia delle Religioni di Marsiglia, favorendo lo sviluppo di una riflessione teologica e pastorale plasmata nel crogiolo del Mediterraneo, spazio di scambi per eccellenza.Nel suo libro intitolato “Dio ha tanto amato il mondo”, il cardinale Aveline definisce la missione come la risposta della Chiesa alla chiamata a imitare Cristo nel suo amore per il mondo, come afferma il Vangelo di Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Ritenendo che la missione debba essere ripensata nell’Europa secolarizzata, il cardinale propone tre orizzonti di riflessione: la missione come dialogo di salvezza, nell’orizzonte della promessa e nella dinamica della cattolicità. Questi orizzonti affondano le radici in tre esperienze: la ferita dell’esilio dei pieds-noirs, la durezza dell’esperienza migratoria, la fondazione e la direzione dell’Istituto di Scienze e Teologia delle Religioni di Marsiglia.Ben consapevole delle tensioni che circondano il «dialogo» con le altre religioni, tra quanti vi vedono una concessione relativista e quanti lo riducono a una modalità proselitistica o ipocrita destinata a «convincere» o a far aderire a «valori» comuni senza un vero scambio, Aveline afferma tuttavia che il missionario è per natura in dialogo permanente, perché il dialogo è una forma dell’amore per l’umano, una curiosità amorevole verso l’alterità. Mette anche in guardia dalla tentazione di ridurre l’azione missionaria a un processo meccanico, che finirebbe per strumentalizzare l’incontro. Evangelizzare significa per lui «affidare il Vangelo», che è parola viva, far percepire all’altro di essere amato da Cristo, sapendo che nel dialogo si gioca una conversione reciproca. Il cardinale ama citare la frase di Michel de Certeau: «Scopriamo Dio nell’incontro che egli provoca». È questa visione che anima la sua pastorale nella diocesi di Marsiglia, una diocesi segnata da un forte dinamismo della pietà popolare e da grandi sfide sociali e migratorie, emerse durante il viaggio di Papa Francesco nel 2023.La traiettoria di Éric de Moulins-Beaufort esprime un’altra faccia di questo rinnovamento missionario. Nominato arcivescovo di Reims nel 2018 dopo diversi anni a Parigi, scopre una diocesi segnata - come molte altre in Francia - dal numero esiguo di sacerdoti e da profondi cambiamenti. Lungi dal rassegnarsi, decide di capovolgere la prospettiva e di meravigliarsi del dono di «coloro che restano», riorganizzando al contempo la diocesi. Il progetto diocesano si intitola «In cammino per la missione». Vengono costituiti «spazi missionari», con équipe miste di sacerdoti, diaconi e laici. I luoghi eucaristici domenicali sono fissati in base alle forze reali, mentre viene istituito un «ministero più itinerante»: équipe si fermano in un luogo, propongono attività adeguate, visitano i malati o le persone isolate, le famiglie che lo desiderano. Si tratta al tempo stesso di accogliere e di andare incontro a quanti sono ai margini, di favorire la vita cristiana e di suscitare fraternità di prossimità. L’arcivescovo di Reims non è l’unico vescovo francese ad aver avviato una vera conversione missionaria, ma è uno dei pionieri del movimento. Recentemente, la diocesi di Arras ha annunciato un piano di trasformazione pastorale volto a privilegiare la vita locale in piccole fraternità, riducendo al contempo gli spostamenti e raggruppando le forze disponibili, passando da 89 a 11 parrocchie.Nel contesto francese, le nomine di Jean-Marc Aveline ed Éric de Moulins-Beaufort al Dicastero per l’Evangelizzazione costituiscono un segnale interessante del modo in cui la Chiesa di Francia cerca di affrontare la situazione che si trova davanti all’inizio del terzo millennio. Quella di un Paese un tempo grande “fornitore” di missionari in tutto il mondo, tornato a essere terra di missione. Un Paese secolarizzato in cui solo il 2% della popolazione partecipa alla Messa ogni domenica, ma in cui un francese su due si dice ancora cattolico e non esita ad accendere un cero in chiesa in caso di difficoltà. Un Paese dotato di un considerevole patrimonio religioso, in cui sociologi delle religioni come Danièle Hervieu-Léger hanno potuto parlare di «exculturazione» del cattolicesimo, ma dove si continua a dibattere con passione sulla laicità e dove negli ultimi anni si registra una ripartenza delle richieste di battesimo da parte di giovani e adulti. Un Paese che Henri Godin e Yvan Daniel definivano già nel 1943 «Paese di missione» nel loro celebre saggio La France, pays de mission?, ma che lo è diventato ancora di più nel corso degli anni.