4 minutes

Last month, Colorado Gov. Jared Polis became the first Democratic governor to opt into President Donald Trump’s federal tax credit school voucher program. In doing so, he joins 26 of the 27 Republican governors who made the same decision. Polis explained his decision at a Jan. 29 event hosted by the Invest in Education Foundation, […]

Last month, Colorado Gov. Jared Polis became the first Democratic governor to opt into President Donald Trump’s federal tax credit school voucher program. In doing so, he joins 26 of the 27 Republican governors who made the same decision. Polis explained his decision at a Jan. 29 event hosted by the Invest in Education Foundation, […]
5 minutes
Таганский районный суд Москвы назначил мессенджеру Telegram два штрафа на общую сумму в 10,8 миллиона рублей за отказ удалить запрещенную в России информацию. Об этом сообщили в пресс-службе московских судов.
Таганский районный суд Москвы назначил мессенджеру Telegram два штрафа на общую сумму в 10,8 миллиона рублей за отказ удалить запрещенную в России информацию. Об этом сообщили в пресс-службе московских судов.
8 minutes

Руската Влада соопшти дека го ограничува пристапот до „Телеграм“ „за заштита на руските граѓани“, обвинувајќи ја апликацијата дека одбива да блокира содржини кои властите ги сметаат за „криминални и терористички“

Руската Влада соопшти дека го ограничува пристапот до „Телеграм“ „за заштита на руските граѓани“, обвинувајќи ја апликацијата дека одбива да блокира содржини кои властите ги сметаат за „криминални и терористички“
9 minutes

House Bill 542 by Del. Karen Hamilton, R-Culpeper, which would have required people seeking abortions to first be informed about an option to give up unwanted babies, was laid aside in a House of Delegates subcommittee Tuesday, blocking it from moving forward for the rest of the legislative session. The bill would have mandated that […]

9 minutes
House Bill 542 by Del. Karen Hamilton, R-Culpeper, which would have required people seeking abortions to first be informed about an option to give up unwanted babies, was laid aside in a House of Delegates subcommittee Tuesday, blocking it from moving forward for the rest of the legislative session. The bill would have mandated that […]
10 minutes

Në nder të Pavarësisë së Kosovës, mbrëmë në Shkup, në skenën e Operës dhe Baletit Kombëtar, u dha premierë opera “Goca e Kaçanikut” opera e parë kosovare e kompozitorit të njohur Rauf Dhomi, duke u shndërruar në një ngjarje të madhe kulturore dhe thellësisht emocionale, shkruan Portalb.mk. “Goca e Kaçanikut” u prit me interes të […]

Në nder të Pavarësisë së Kosovës, mbrëmë në Shkup, në skenën e Operës dhe Baletit Kombëtar, u dha premierë opera “Goca e Kaçanikut” opera e parë kosovare e kompozitorit të njohur Rauf Dhomi, duke u shndërruar në një ngjarje të madhe kulturore dhe thellësisht emocionale, shkruan Portalb.mk. “Goca e Kaçanikut” u prit me interes të […]
11 minutes

As the 2026 General Assembly session approaches its midpoint next week, a slate of bills aimed at boosting housing affordability and access continue to advance. A cluster of state delegates on Tuesday touted bills that have cleared their chamber. Lawmakers highlighted House Bill 834 and House Bill 837 by Del. Adele McClure, D-Arlington. The first […]

11 minutes
As the 2026 General Assembly session approaches its midpoint next week, a slate of bills aimed at boosting housing affordability and access continue to advance. A cluster of state delegates on Tuesday touted bills that have cleared their chamber. Lawmakers highlighted House Bill 834 and House Bill 837 by Del. Adele McClure, D-Arlington. The first […]
11 minutes
di Cosimo Graziani La ricerca di terre rare per la transizione energetica viene considerata una forma di neocolonialismo, e oggi è quella in cui questo fenomeno si manifesta in forma più palese, soprattutto per i suoi effetti geopolitici ed economici. Ma esistono altre pratiche di matrice neocoloniale, meno appariscenti ma dalle conseguenze altrettanto negative a livello locale. A cominciare dall’esportazione di rifiuti in Africa e in Asia da parte dei Paesi occidentali, in particolare l’esportazione di plastica, indumenti e rifiuti elettronici. L’esportazione di rifiuti nel sud del mondo è un fenomeno che va avanti da decenni e che in passato si è cercato di regolare e arginare attraverso la stesura della Convenzione di Basilea sul Controllo del movimento di rifiuti pericolosi . Tale documento oltre allo stop del movimento dei rifiuti, aveva come altro scopo quello di aiutare i Paesi in via di sviluppo nella loro gestione e della loro eliminazione in maniera ecologica. Purtroppo, nonostante le intenzioni, la Convenzione non ha prodotto alcun risultato concreto nella gestione dei rifiuti a livello internazionale, ma anzi la situazione è peggiorata con il passare degli anni. La loro esportazione a livello mondiale ha preso il nome di “Waste Colonialism”, ‘colonialismo dei rifiuti’, proprio perché rimane una forma di sfruttamento da parte dei Paesi che hanno un passato coloniale nei confronti delle loro ex colonie. La forma più classica di questo colonialismo riguarda l’esportazione di plastica, la quale inizialmente non era contemplata nella Convenzione di Basilea, e vi è stata inserita soltanto a partire dal 2019 con l’introduzione di un apposito emendamento. Per anni una delle destinazioni principali dei rifiuti da esportazione è stata la Cina, la quale però ha smesso di importare plastica e altri rifiuti dal 2018. Il fenomeno ha anche dei risvolti economici, e come accade in tutti i meccanismi economici che subiscono delle restrizioni, il flusso commerciale si è poi modificato, direzionandosi verso altre destinazioni nel Continente asiatico, a partire da come Malesia, Vietnam e Indonesia. I tre Paesi hanno ricevuto tra il 2021 e il 2023 rispettivamente 1,4 miliardi, 1 miliardo, seicentomila chili di rifiuti plastici. Tra le nuove destinazioni, ma con quantità di rifiuti minori, va anche citata l’India. Un altro paese nella regione, la Thailandia, ha seguito l’esempio della Cina e ha vietato l’importazione di plastica a partire dal 2025, dopo che tra il 2018 e il 2021 ha importato 1 milione di tonnellate di plastica. La caratteristica che accumunava tutti questi Paesi è che la provenienza dei rifiuti rispecchiava il passato coloniale: la Malesia e l’India importano plastica del Regno Unito, mentre il Vietnam dall’Unione Europea. A rendere la situazione più preoccupante è l’aumento del valore delle importazioni di tutti i tipi di rifiuti verso l’Asia: secondo i dati diffusi dalla Commissione delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine tra il 2017 e il 2019 il valore delle esportazioni di rifiuti dall’Unione Europea ai Paesi dell’Asean – di cui fanno parte tutti i Paesi asiatici citati fino ad ora tranne la Cina e l’India – è aumentato del 153%. Questa situazione ha delle ovvie conseguenze ambientali. Il fatto che le importazioni di rifiuti siano aumentate negli scorsi anni nei Paesi del sud-est asiatico e che tra i rifiuti ci sia la plastica, ha una certa rilevanza anche per l’inquinamento degli Oceani, perché secondo le stime la maggior parte della plastica presente nei mari proviene proprio da fiumi asiatici . Il problema del colonialismo dei rifiuti è presente anche in Africa. Oltre alla plastica, il continente africano è la destinazione di indumenti di seconda mano e soprattutto rifiuti tecnologici. Entrambe queste tipologie di rifiuti vengono raccolte in discariche presenti nelle maggiori città africane, attorno le quali sono sorti quartieri popolosi: a Nairobi è la discarica di Dandora, ad Accra in Ghana si trova a fianco della discarica il quartiere di Agbogbloshie, a Lagos in Nigeria è quello di Makoko, a Dar el Salam in Tanzania è quello di Tandare. Uno dei centri di raccolta di indumenti di seconda mano più importanti in Africa è la capitale ghanese Accra. Il nocciolo della questione sta nel fatto che siano di seconda mano e di materiale sintetico, il che rende più complicato il riutilizzo. È una conseguenza della fast fashion industry, l’industria della moda usa e getta che ha come sua conseguenza il consumo rapido e la mancanza della cultura del riuso. Un fenomeno alimentato soprattutto nei Paesi occidentali, ma che vede tra i suoi perpetuatori anche la Cina, che in pochi anni si è trasformata da Paese ricevitore di rifiuti a Paese esportatore. Gli indumenti che raggiungono l’Africa o vengono raccolti per essere rivenduti in veri e propri mercati dell’usato, o vengono raccolti in discariche, o addirittura bruciati. Queste ultime due opzioni hanno delle conseguenze devastanti da un punto di vista ambientale: secondo uno studio di Greenpeace del 2024 in cui si analizzava il fenomeno ad Accra, una buona parte degli indumenti che arrivano nella capitale ghanese viene raccolta dalla popolazione ed utilizzata come combustibile per le case. Questo provoca il rilascio di sostanze inquinanti e cancerogene nell’aria. Ma non è la sola forma di inquinamento: quanto più gli indumenti sintetici restano nelle discariche, tanto più rilasciano microplastiche che vanno a contaminare fiumi, terreni e aria, impattando anche sugli ecosistemi locali. Vi è poi un’altra forma di inquinamento proveniente dal colonialismo dei rifiuti, ovvero quello dei rifiuti elettronici. Si tratta della forma più moderna e più preoccupante, e tra quelle che cresce di più al mondo secondo le stime delle Nazioni Unite aggiornate all’ultimo report del 2024, con sessantadue miliardi di chili di rifiuti elettrici prodotti nel 2022 in tutto il mondo. L’invio di questo tipo di rifiuti è mascherato dai Paesi del Nord Globale come donazioni di materiale riciclabile e riutilizzabile. Per molto tempo l’esportazione di materiali elettronici nei Paesi del sud del mondo ha potuto giovarsi di una falla all’interno della Convenzione di Basilea: l’assenza di una norma precisa che regolasse il flusso dai Paesi esportatori e quelli importatori. Solo di recente il problema è stato affrontato con l’introduzione di un nuovo emendamento che ne regola i flussi, entrato in vigore il 1 gennaio 2025. Uno dei promotori di questo emendamento è stato il Ghana, perché anche in questo caso l’Africa, sebbene sia il continente al mondo che produce meno scarti di questo tipo secondo l’Onu, ne è la principale destinazione, con la Nigeria e il Ghana come punti di arrivo. Attorno ai rifiuti elettronici è sorto un vero e proprio mercato del lavoro, in maniera analoga alla creazione dei ‘mercati dell’usato’ dei vestiti importati dai Paesi del Nord Globale. Secondo le stime riportate dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro in un rapporto pubblicato nel 2019, in Nigeria ci sarebbero almeno centomila posti di lavoro informale nel settore degli scarti elettrici, i quali avrebbero la capacità di processare mezzo milione di rifiuti all’anno. La stessa cosa vale per il Ghana: secondo la Ong catalana Ciutats Defensores dels Drets Humans, per ogni tonnellata di scarti elettronici in Ghana ci sarebbero quindici lavoratori coinvolti nel riciclo dei materiali e duecento nelle riparazioni. C’è poi un altro aspetto che impedisce di affrontare il problema in maniera efficace: il Ghana guadagna ogni anno circa cento milioni di dollari in tasse dai Paesi esportatori di rifiuti elettronici, rendendo tale traffico una fonte di liquidità di cui il governo può difficilmente fare a meno. Il problema è che ogni tipo di lavoro collegato al riuso e al riciclo di questi materiali ha delle conseguenze per la salute e per l’ambiente analoghe a quelle legate allo smaltimento della plastica e degli indumenti. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo smaltimento di questi rifiuti esporrebbe la popolazione a ben mille differenti tipi di sostanze chimiche che possono danneggiare il cervello, i polmoni e il sistema nervoso. Si tratta di una situazione analoga allo smaltimento della plastica, che in maniera simile affligge le fasce più fragili della popolazione, come le donne e i minori.
di Cosimo Graziani La ricerca di terre rare per la transizione energetica viene considerata una forma di neocolonialismo, e oggi è quella in cui questo fenomeno si manifesta in forma più palese, soprattutto per i suoi effetti geopolitici ed economici. Ma esistono altre pratiche di matrice neocoloniale, meno appariscenti ma dalle conseguenze altrettanto negative a livello locale. A cominciare dall’esportazione di rifiuti in Africa e in Asia da parte dei Paesi occidentali, in particolare l’esportazione di plastica, indumenti e rifiuti elettronici. L’esportazione di rifiuti nel sud del mondo è un fenomeno che va avanti da decenni e che in passato si è cercato di regolare e arginare attraverso la stesura della Convenzione di Basilea sul Controllo del movimento di rifiuti pericolosi . Tale documento oltre allo stop del movimento dei rifiuti, aveva come altro scopo quello di aiutare i Paesi in via di sviluppo nella loro gestione e della loro eliminazione in maniera ecologica. Purtroppo, nonostante le intenzioni, la Convenzione non ha prodotto alcun risultato concreto nella gestione dei rifiuti a livello internazionale, ma anzi la situazione è peggiorata con il passare degli anni. La loro esportazione a livello mondiale ha preso il nome di “Waste Colonialism”, ‘colonialismo dei rifiuti’, proprio perché rimane una forma di sfruttamento da parte dei Paesi che hanno un passato coloniale nei confronti delle loro ex colonie. La forma più classica di questo colonialismo riguarda l’esportazione di plastica, la quale inizialmente non era contemplata nella Convenzione di Basilea, e vi è stata inserita soltanto a partire dal 2019 con l’introduzione di un apposito emendamento. Per anni una delle destinazioni principali dei rifiuti da esportazione è stata la Cina, la quale però ha smesso di importare plastica e altri rifiuti dal 2018. Il fenomeno ha anche dei risvolti economici, e come accade in tutti i meccanismi economici che subiscono delle restrizioni, il flusso commerciale si è poi modificato, direzionandosi verso altre destinazioni nel Continente asiatico, a partire da come Malesia, Vietnam e Indonesia. I tre Paesi hanno ricevuto tra il 2021 e il 2023 rispettivamente 1,4 miliardi, 1 miliardo, seicentomila chili di rifiuti plastici. Tra le nuove destinazioni, ma con quantità di rifiuti minori, va anche citata l’India. Un altro paese nella regione, la Thailandia, ha seguito l’esempio della Cina e ha vietato l’importazione di plastica a partire dal 2025, dopo che tra il 2018 e il 2021 ha importato 1 milione di tonnellate di plastica. La caratteristica che accumunava tutti questi Paesi è che la provenienza dei rifiuti rispecchiava il passato coloniale: la Malesia e l’India importano plastica del Regno Unito, mentre il Vietnam dall’Unione Europea. A rendere la situazione più preoccupante è l’aumento del valore delle importazioni di tutti i tipi di rifiuti verso l’Asia: secondo i dati diffusi dalla Commissione delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine tra il 2017 e il 2019 il valore delle esportazioni di rifiuti dall’Unione Europea ai Paesi dell’Asean – di cui fanno parte tutti i Paesi asiatici citati fino ad ora tranne la Cina e l’India – è aumentato del 153%. Questa situazione ha delle ovvie conseguenze ambientali. Il fatto che le importazioni di rifiuti siano aumentate negli scorsi anni nei Paesi del sud-est asiatico e che tra i rifiuti ci sia la plastica, ha una certa rilevanza anche per l’inquinamento degli Oceani, perché secondo le stime la maggior parte della plastica presente nei mari proviene proprio da fiumi asiatici . Il problema del colonialismo dei rifiuti è presente anche in Africa. Oltre alla plastica, il continente africano è la destinazione di indumenti di seconda mano e soprattutto rifiuti tecnologici. Entrambe queste tipologie di rifiuti vengono raccolte in discariche presenti nelle maggiori città africane, attorno le quali sono sorti quartieri popolosi: a Nairobi è la discarica di Dandora, ad Accra in Ghana si trova a fianco della discarica il quartiere di Agbogbloshie, a Lagos in Nigeria è quello di Makoko, a Dar el Salam in Tanzania è quello di Tandare. Uno dei centri di raccolta di indumenti di seconda mano più importanti in Africa è la capitale ghanese Accra. Il nocciolo della questione sta nel fatto che siano di seconda mano e di materiale sintetico, il che rende più complicato il riutilizzo. È una conseguenza della fast fashion industry, l’industria della moda usa e getta che ha come sua conseguenza il consumo rapido e la mancanza della cultura del riuso. Un fenomeno alimentato soprattutto nei Paesi occidentali, ma che vede tra i suoi perpetuatori anche la Cina, che in pochi anni si è trasformata da Paese ricevitore di rifiuti a Paese esportatore. Gli indumenti che raggiungono l’Africa o vengono raccolti per essere rivenduti in veri e propri mercati dell’usato, o vengono raccolti in discariche, o addirittura bruciati. Queste ultime due opzioni hanno delle conseguenze devastanti da un punto di vista ambientale: secondo uno studio di Greenpeace del 2024 in cui si analizzava il fenomeno ad Accra, una buona parte degli indumenti che arrivano nella capitale ghanese viene raccolta dalla popolazione ed utilizzata come combustibile per le case. Questo provoca il rilascio di sostanze inquinanti e cancerogene nell’aria. Ma non è la sola forma di inquinamento: quanto più gli indumenti sintetici restano nelle discariche, tanto più rilasciano microplastiche che vanno a contaminare fiumi, terreni e aria, impattando anche sugli ecosistemi locali. Vi è poi un’altra forma di inquinamento proveniente dal colonialismo dei rifiuti, ovvero quello dei rifiuti elettronici. Si tratta della forma più moderna e più preoccupante, e tra quelle che cresce di più al mondo secondo le stime delle Nazioni Unite aggiornate all’ultimo report del 2024, con sessantadue miliardi di chili di rifiuti elettrici prodotti nel 2022 in tutto il mondo. L’invio di questo tipo di rifiuti è mascherato dai Paesi del Nord Globale come donazioni di materiale riciclabile e riutilizzabile. Per molto tempo l’esportazione di materiali elettronici nei Paesi del sud del mondo ha potuto giovarsi di una falla all’interno della Convenzione di Basilea: l’assenza di una norma precisa che regolasse il flusso dai Paesi esportatori e quelli importatori. Solo di recente il problema è stato affrontato con l’introduzione di un nuovo emendamento che ne regola i flussi, entrato in vigore il 1 gennaio 2025. Uno dei promotori di questo emendamento è stato il Ghana, perché anche in questo caso l’Africa, sebbene sia il continente al mondo che produce meno scarti di questo tipo secondo l’Onu, ne è la principale destinazione, con la Nigeria e il Ghana come punti di arrivo. Attorno ai rifiuti elettronici è sorto un vero e proprio mercato del lavoro, in maniera analoga alla creazione dei ‘mercati dell’usato’ dei vestiti importati dai Paesi del Nord Globale. Secondo le stime riportate dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro in un rapporto pubblicato nel 2019, in Nigeria ci sarebbero almeno centomila posti di lavoro informale nel settore degli scarti elettrici, i quali avrebbero la capacità di processare mezzo milione di rifiuti all’anno. La stessa cosa vale per il Ghana: secondo la Ong catalana Ciutats Defensores dels Drets Humans, per ogni tonnellata di scarti elettronici in Ghana ci sarebbero quindici lavoratori coinvolti nel riciclo dei materiali e duecento nelle riparazioni. C’è poi un altro aspetto che impedisce di affrontare il problema in maniera efficace: il Ghana guadagna ogni anno circa cento milioni di dollari in tasse dai Paesi esportatori di rifiuti elettronici, rendendo tale traffico una fonte di liquidità di cui il governo può difficilmente fare a meno. Il problema è che ogni tipo di lavoro collegato al riuso e al riciclo di questi materiali ha delle conseguenze per la salute e per l’ambiente analoghe a quelle legate allo smaltimento della plastica e degli indumenti. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo smaltimento di questi rifiuti esporrebbe la popolazione a ben mille differenti tipi di sostanze chimiche che possono danneggiare il cervello, i polmoni e il sistema nervoso. Si tratta di una situazione analoga allo smaltimento della plastica, che in maniera simile affligge le fasce più fragili della popolazione, come le donne e i minori.
12 minutes

Ertzain izateko lan eskaintza publikoan iaz bizitako deskalabruaren ostean, lehenengo proba errazago gainditzeko modua ezarri zuen Arkautik. Gehiengoak suspenditzetik gehiengoak gainditzera igaro dira.

12 minutes
Ertzain izateko lan eskaintza publikoan iaz bizitako deskalabruaren ostean, lehenengo proba errazago gainditzeko modua ezarri zuen Arkautik. Gehiengoak suspenditzetik gehiengoak gainditzera igaro dira.
12 minutes
WASHINGTON — A handful of House Republicans tanked a procedural vote Tuesday night that would have kept intact a ban on congressional action against President Donald Trump’s emergency tariffs. Republican Reps. Don Bacon of Nebraska, Thomas Massie of Kentucky and Kevin Kiley of California joined all Democrats in a 214-217 vote blocking language to continue a […]
WASHINGTON — A handful of House Republicans tanked a procedural vote Tuesday night that would have kept intact a ban on congressional action against President Donald Trump’s emergency tariffs. Republican Reps. Don Bacon of Nebraska, Thomas Massie of Kentucky and Kevin Kiley of California joined all Democrats in a 214-217 vote blocking language to continue a […]
12 minutes
Иранскиот претседател Масуд Пезешкијан изјави дека неговата земја е отворена да дозволи меѓународни инспектори да докажат дека нејзината нуклеарна програма е „мирна“. Неговите коментари беа дадени по повод 47-годишнината од Исламската револуција, додека американските поморски сили се подготвени во регионот за можни воени напади. „Ние не се стремиме да стекнеме нуклеарно оружје. Ова го повторуваме постојано и сме подготвени за каква било верификација“, рече тој на 11 февруари, на прославите...
Иранскиот претседател Масуд Пезешкијан изјави дека неговата земја е отворена да дозволи меѓународни инспектори да докажат дека нејзината нуклеарна програма е „мирна“. Неговите коментари беа дадени по повод 47-годишнината од Исламската револуција, додека американските поморски сили се подготвени во регионот за можни воени напади. „Ние не се стремиме да стекнеме нуклеарно оружје. Ова го повторуваме постојано и сме подготвени за каква било верификација“, рече тој на 11 февруари, на прославите...
13 minutes
Her ýylda millionlarça düýp agaç nahallary ekilýän Türkmenistanda häkimiýetler baglary suwarmak üçin çykdajylary býujet işgärleriniň üstüne ýükleýär diýip, edara-kärhanalaryň onlarça işgäri aýdýar. Olar munuň sebäbini özlerinden baglary suwarmak üçin nobatdaky gezek pul ýygnalyp başlandygy bilen düşündirýärler. Bu ýagdaýlar barada Azatlyk Radiosynyň habarçysy 11-nji fewralda paýtagtdan maglumat berdi. “Her bir işgär Aşgabat we Arkadag şäherlerinde ekilen baglary suwarmak üçin ýene 100...
13 minutes
Her ýylda millionlarça düýp agaç nahallary ekilýän Türkmenistanda häkimiýetler baglary suwarmak üçin çykdajylary býujet işgärleriniň üstüne ýükleýär diýip, edara-kärhanalaryň onlarça işgäri aýdýar. Olar munuň sebäbini özlerinden baglary suwarmak üçin nobatdaky gezek pul ýygnalyp başlandygy bilen düşündirýärler. Bu ýagdaýlar barada Azatlyk Radiosynyň habarçysy 11-nji fewralda paýtagtdan maglumat berdi. “Her bir işgär Aşgabat we Arkadag şäherlerinde ekilen baglary suwarmak üçin ýene 100...
17 minutes
Казахстан одобрил запрос об экстрадиции Юлии Емельяновой, против которой в России возбудили дело о краже телефона у таксиста. Ранее она была волонтеркой в штабе Навального в Санкт-Петербурге и уехала из страны в июле 2022 года. Это четвертый случай с начала года, когда власти Казахстана принимают решение о выдаче Москве российских активистов.
Казахстан одобрил запрос об экстрадиции Юлии Емельяновой, против которой в России возбудили дело о краже телефона у таксиста. Ранее она была волонтеркой в штабе Навального в Санкт-Петербурге и уехала из страны в июле 2022 года. Это четвертый случай с начала года, когда власти Казахстана принимают решение о выдаче Москве российских активистов.
17 minutes
სამოქალაქო აქტივისტს, ბაია მარგიშვილს ორ წლამდე პატიმრობა ემუქრება სასამართლოს სხდომათა დარბაზში საქმის მასალების დახევის გამო. მას ბრალი დაუსწრებლად წაუყენეს.
სამოქალაქო აქტივისტს, ბაია მარგიშვილს ორ წლამდე პატიმრობა ემუქრება სასამართლოს სხდომათა დარბაზში საქმის მასალების დახევის გამო. მას ბრალი დაუსწრებლად წაუყენეს.
18 minutes

Ако не добијам извинување во законски предвидениот рок, ќе поднесам граѓанска тужба за клевета и во суд ќе се докаже дека се што беше кажано во наведената емисија е апсолутна невистина, вели Бубевски во јавното обраќање до медиумите

Ако не добијам извинување во законски предвидениот рок, ќе поднесам граѓанска тужба за клевета и во суд ќе се докаже дека се што беше кажано во наведената емисија е апсолутна невистина, вели Бубевски во јавното обраќање до медиумите
18 minutes
All around her, scientists had their eyes set on studying flora and fauna that lived aboveground. But Toby Kiers’s interest always lay in the oft-overlooked biodiversity that existed beneath it. It was the mysterious nature of the vast mycorrhizal fungal networks that so fascinated Kiers. “It’s so alive, but humble and quiet,” Kiers, an evolutionary […]
All around her, scientists had their eyes set on studying flora and fauna that lived aboveground. But Toby Kiers’s interest always lay in the oft-overlooked biodiversity that existed beneath it. It was the mysterious nature of the vast mycorrhizal fungal networks that so fascinated Kiers. “It’s so alive, but humble and quiet,” Kiers, an evolutionary […]
18 minutes
A prominent South Sudanese civil society activist who doubles as the executive director of the The post Yakani tells Security Council South Sudan might slide into war appeared first on Radio Tamazuj.
A prominent South Sudanese civil society activist who doubles as the executive director of the The post Yakani tells Security Council South Sudan might slide into war appeared first on Radio Tamazuj.
19 minutes
Kiev – Los intensos ataques contra las infraestructuras energéticas en todo el país han puesto a dura prueba a una población agotada tras casi cuatro años de guerra. En este contexto, Ucrania afronta temperaturas que oscilan entre los -10 y los -20 grados, además de frecuentes cortes de electricidad, falta de calefacción y, en algunos casos, incluso ausencia de agua corriente. Desde Borodyanka, cerca de Kiev, el padre Luca Bovio, misionero de la Consolata y director de las Obras Misionales Pontificias en Ucrania, muestra en un video uno de los numerosos centros de acogida donde la población puede encontrar una tregua momentánea del frío: en ellos se distribuyen comidas calientes y se han habilitado espacios de juego para los niños. El padre Luca Bovio relata a la Agencia Fides los primeros meses de actividad de la Dirección nacional de las Obras Misionales Pontificias, que se está estructurando progresivamente. La nueva Dirección fue constituida en marzo de 2025 y, por ahora, opera desde la Nunciatura Apostólica en Kiev, donde el misionero presta servicio desde el pasado verano. El padre Luca Bovio afirma: “Aunque los procesos burocráticos para el reconocimiento jurídico de nuestra Dirección por parte del Estado suelen ser largos y se han vuelto aún más complejos debido al conflicto en curso, nuestro trabajo se está desarrollando. Siguiendo nuestra propuesta, se están identificando personas que pueden ser nombradas directores diocesanos por sus respectivos obispos. Se trata de colaboradores que, una vez formados, desempeñan una labor valiosa y capilar en cada diócesis. Hasta el momento, ya han sido nombrados tres”. La actual realidad eclesial en Ucrania ha sido moldeada por una historia rica y compleja, estrechamente vinculada al desarrollo del cristianismo ortodoxo en estas tierras. “Como Obras Misionales Pontificias – explica el padre Bovio-, hemos trabajado principalmente con la Iglesia católica de rito latino, que representa aproximadamente el 1% de los cristianos presentes en Ucrania. Sin embargo, desde esta primera etapa, nuestra Dirección ha ampliado su ámbito de acción y ha comenzado a colaborar también con los católicos de rito greco-bizantino. En un futuro próximo, nos gustaría extender la cooperación a la pequeña comunidad de católicos armenios”. Un signo significativo de este camino de colaboración con la Iglesia local ha sido la invitación oficial que el padre Luca Bovio ha recibido el pasado mes de octubre para participar en el Sínodo de la Iglesia greco-católica, a la que pertenece entre el 12 % y el 13 % de la población. En esa ocasión, el misionero ha presentado la misión y las actividades de las Obras Misionales Pontificias. El padre Luca Bovio añade: “Con sorpresa y admiración, en estos meses también he visto nacer grupos de la Infancia Misionera. Especialmente durante el tiempo de Navidad, estos niños y adolescentes han promovido iniciativas de animación misionera, mostrando la alegría y generosidad propias de su edad, valores que las OMP fomentan en favor de los niños más necesitados”. Y concluye: “Me parece un gran signo de esperanza ver a niños que, aun viviendo en condiciones de continua precariedad, anuncian el Evangelio con el corazón abierto hacia sus coetáneos más necesitados”. Mirando hacia el futuro, el padre Luca Bovio subraya: “Considero que las Obras Misionales Pontificias en Ucrania han sido llamadas a desempeñar un papel importante en la animación misionera y vocacional. En esta primera etapa, percibo que aún no se ha extendido plenamente la conciencia de la urgencia de anunciar a Cristo más allá de las propias fronteras, al mundo entero. Aquí la vivencia cristiana ha puesto un énfasis particular en otros aspectos igualmente fundamentales, como la liturgia. En este terreno bendecido por Dios, rico en historias de santos y en testimonios luminosos de fe, trabajaremos para que surjan vocaciones capaces de reconocer la belleza de anunciar a Cristo hasta los confines del mundo”.
Kiev – Los intensos ataques contra las infraestructuras energéticas en todo el país han puesto a dura prueba a una población agotada tras casi cuatro años de guerra. En este contexto, Ucrania afronta temperaturas que oscilan entre los -10 y los -20 grados, además de frecuentes cortes de electricidad, falta de calefacción y, en algunos casos, incluso ausencia de agua corriente. Desde Borodyanka, cerca de Kiev, el padre Luca Bovio, misionero de la Consolata y director de las Obras Misionales Pontificias en Ucrania, muestra en un video uno de los numerosos centros de acogida donde la población puede encontrar una tregua momentánea del frío: en ellos se distribuyen comidas calientes y se han habilitado espacios de juego para los niños. El padre Luca Bovio relata a la Agencia Fides los primeros meses de actividad de la Dirección nacional de las Obras Misionales Pontificias, que se está estructurando progresivamente. La nueva Dirección fue constituida en marzo de 2025 y, por ahora, opera desde la Nunciatura Apostólica en Kiev, donde el misionero presta servicio desde el pasado verano. El padre Luca Bovio afirma: “Aunque los procesos burocráticos para el reconocimiento jurídico de nuestra Dirección por parte del Estado suelen ser largos y se han vuelto aún más complejos debido al conflicto en curso, nuestro trabajo se está desarrollando. Siguiendo nuestra propuesta, se están identificando personas que pueden ser nombradas directores diocesanos por sus respectivos obispos. Se trata de colaboradores que, una vez formados, desempeñan una labor valiosa y capilar en cada diócesis. Hasta el momento, ya han sido nombrados tres”. La actual realidad eclesial en Ucrania ha sido moldeada por una historia rica y compleja, estrechamente vinculada al desarrollo del cristianismo ortodoxo en estas tierras. “Como Obras Misionales Pontificias – explica el padre Bovio-, hemos trabajado principalmente con la Iglesia católica de rito latino, que representa aproximadamente el 1% de los cristianos presentes en Ucrania. Sin embargo, desde esta primera etapa, nuestra Dirección ha ampliado su ámbito de acción y ha comenzado a colaborar también con los católicos de rito greco-bizantino. En un futuro próximo, nos gustaría extender la cooperación a la pequeña comunidad de católicos armenios”. Un signo significativo de este camino de colaboración con la Iglesia local ha sido la invitación oficial que el padre Luca Bovio ha recibido el pasado mes de octubre para participar en el Sínodo de la Iglesia greco-católica, a la que pertenece entre el 12 % y el 13 % de la población. En esa ocasión, el misionero ha presentado la misión y las actividades de las Obras Misionales Pontificias. El padre Luca Bovio añade: “Con sorpresa y admiración, en estos meses también he visto nacer grupos de la Infancia Misionera. Especialmente durante el tiempo de Navidad, estos niños y adolescentes han promovido iniciativas de animación misionera, mostrando la alegría y generosidad propias de su edad, valores que las OMP fomentan en favor de los niños más necesitados”. Y concluye: “Me parece un gran signo de esperanza ver a niños que, aun viviendo en condiciones de continua precariedad, anuncian el Evangelio con el corazón abierto hacia sus coetáneos más necesitados”. Mirando hacia el futuro, el padre Luca Bovio subraya: “Considero que las Obras Misionales Pontificias en Ucrania han sido llamadas a desempeñar un papel importante en la animación misionera y vocacional. En esta primera etapa, percibo que aún no se ha extendido plenamente la conciencia de la urgencia de anunciar a Cristo más allá de las propias fronteras, al mundo entero. Aquí la vivencia cristiana ha puesto un énfasis particular en otros aspectos igualmente fundamentales, como la liturgia. En este terreno bendecido por Dios, rico en historias de santos y en testimonios luminosos de fe, trabajaremos para que surjan vocaciones capaces de reconocer la belleza de anunciar a Cristo hasta los confines del mundo”.
22 minutes
par Cosimo Graziani La recherche de terres rares pour la transition énergétique est considérée comme une forme de néocolonialisme, et c'est aujourd'hui celle où ce phénomène se manifeste le plus clairement, notamment en raison de ses effets géopolitiques et économiques. Mais il existe d'autres pratiques de nature néocoloniale, moins visibles mais aux conséquences tout aussi négatives au niveau local. À commencer par l'exportation de déchets vers l'Afrique et l'Asie par les pays occidentaux, en particulier l'exportation de plastique, de vêtements et de déchets électroniques. L'exportation de déchets vers les pays du Sud est un phénomène qui existe depuis des décennies et que l'on a tenté de réglementer et d'endiguer par le passé en rédigeant la Convention de Bâle sur le contrôle des mouvements de déchets dangereux . Outre l'arrêt des mouvements de déchets, ce document avait pour autre objectif d'aider les pays en développement à gérer et à éliminer leurs déchets de manière écologique. Malheureusement, malgré ses intentions, la Convention n'a produit aucun résultat concret en matière de gestion des déchets au niveau international, mais la situation s'est au contraire aggravée au fil des ans. Leur exportation à l'échelle mondiale a été baptisée « Waste Colonialism », « colonialisme des déchets », précisément parce qu'il s'agit d'une forme d'exploitation par les pays ayant un passé colonial à l'égard de leurs anciennes colonies. La forme la plus classique de ce colonialisme concerne l'exportation de plastique, qui n'était initialement pas prévue dans la Convention de Bâle et qui n'y a été incluse qu'à partir de 2019 avec l'introduction d'un amendement spécifique. Pendant des années, l'une des principales destinations des déchets destinés à l'exportation a été la Chine, qui a toutefois cessé d'importer du plastique et d'autres déchets depuis 2018. Ce phénomène a également des répercussions économiques et, comme c'est le cas pour tous les mécanismes économiques soumis à des restrictions, le flux commercial s'est alors modifié, se dirigeant vers d'autres destinations du continent asiatique, à commencer par la Malaisie, le Vietnam et l'Indonésie. Entre 2021 et 2023, ces trois pays ont respectivement reçu 1,4 milliard, 1 milliard et 600 000 kilos de déchets plastiques. Parmi les nouvelles destinations, mais avec des quantités de déchets moindres, il convient également de mentionner l'Inde. Un autre pays de la région, la Thaïlande, a suivi l'exemple de la Chine et a interdit l'importation de plastique à partir de 2025, après avoir importé 1 million de tonnes de plastique entre 2018 et 2021. La caractéristique commune à tous ces pays est que la provenance des déchets reflète leur passé colonial : la Malaisie et l'Inde importent du plastique du Royaume-Uni, tandis que le Vietnam en importe de l'Union européenne. Ce qui rend la situation encore plus préoccupante, c'est l'augmentation de la valeur des importations de tous types de déchets vers l'Asie : selon les données publiées par la Commission des Nations unies contre la drogue et le crime , entre 2017 et 2019, la valeur des exportations de déchets de l'Union européenne vers les pays de l'ANASE – qui comprend tous les pays asiatiques mentionnés jusqu'à présent, à l'exception de la Chine et de l'Inde – a augmenté de 153 %. Cette situation a des conséquences environnementales évidentes. Le fait que les importations de déchets aient augmenté ces dernières années dans les pays d'Asie du Sud-Est et que ces déchets comprennent du plastique a également une certaine importance pour la pollution des océans, car selon les estimations, la majeure partie du plastique présent dans les mers provient précisément des fleuves asiatiques . Le problème du colonialisme des déchets est également présent en Afrique. Outre le plastique, le continent africain est la destination de vêtements d'occasion et surtout de déchets technologiques. Ces deux types de déchets sont collectés dans des décharges situées dans les grandes villes africaines, autour desquelles se sont développés des quartiers densément peuplés : à Nairobi, il s'agit de la décharge de Dandora, à Accra au Ghana, le quartier d'Agbogbloshie est situé à côté de la décharge, à Lagos au Nigeria, c'est celui de Makoko, à Dar es Salaam en Tanzanie, c'est celui de Tandare. L'un des plus importants centres de collecte de vêtements d'occasion en Afrique est la capitale ghanéenne, Accra. Le nœud du problème réside dans le fait qu'il s'agit de vêtements d'occasion et en matière synthétique, ce qui rend leur réutilisation plus compliquée. C'est une conséquence de l'industrie de la mode éphémère, qui entraîne une consommation rapide et l'absence d'une culture du réemploi. Ce phénomène est surtout alimenté dans les pays occidentaux, mais la Chine en est également l'un des perpetrateurs, puisqu'en quelques années, elle est passée du statut de pays récepteur de déchets à celui de pays exportateur. Les vêtements qui arrivent en Afrique sont soit collectés pour être revendus sur de véritables marchés d'occasion, soit ramassés dans des décharges, voire brûlés. Ces deux dernières options ont des conséquences dévastatrices sur le plan environnemental : selon une étude réalisée par Greenpeace en 2024, qui analysait le phénomène à Accra, une grande partie des vêtements qui arrivent dans la capitale ghanéenne sont collectés par la population et utilisés comme combustible pour les maisons. Cela provoque le rejet de substances polluantes et cancérigènes dans l'air. Mais ce n'est pas la seule forme de pollution : plus les vêtements synthétiques restent longtemps dans les décharges, plus ils libèrent de microplastiques qui contaminent les rivières, les sols et l'air, affectant également les écosystèmes locaux. Il existe également une autre forme de pollution issue du colonialisme des déchets, à savoir celle des déchets électroniques. Il s'agit de la forme la plus moderne et la plus préoccupante, et l'une des plus en croissance dans le monde selon les estimations des Nations unies mises à jour dans le dernier rapport de 2024, avec soixante-deux milliards de kilos de déchets électriques produits en 2022 dans le monde entier. L'envoi de ce type de déchets est masqué par les pays du Nord sous forme de dons de matériaux recyclables et réutilisables. Pendant longtemps, l'exportation de matériaux électroniques vers les pays du Sud a pu bénéficier d'une faille dans la Convention de Bâle : l'absence d'une règle précise régissant les flux entre les pays exportateurs et importateurs. Ce n'est que récemment que le problème a été abordé avec l'introduction d'un nouvel amendement qui réglemente les flux, entré en vigueur le 1er janvier 2025. L'un des promoteurs de cet amendement a été le Ghana, car même dans ce cas, l'Afrique, bien qu'elle soit le continent qui produit le moins de déchets de ce type selon l'ONU, en est la principale destination, avec le Nigeria et le Ghana comme points d'arrivée. Un véritable marché du travail s'est développé autour des déchets électroniques, à l'instar de la création des « marchés de l'occasion » pour les vêtements importés des pays du Nord. Selon les estimations rapportées par l'Organisation mondiale du travail dans un rapport publié en 2019, il y aurait au moins cent mille emplois informels dans le secteur des déchets électriques au Nigeria, qui auraient la capacité de traiter un demi-million de déchets par an. Il en va de même pour le Ghana : selon l'ONG catalane Ciutats Defensores dels Drets Humans, pour chaque tonne de déchets électroniques au Ghana, quinze travailleurs seraient impliqués dans le recyclage des matériaux et deux cents dans les réparations. Il existe également un autre aspect qui empêche de traiter efficacement le problème : le Ghana gagne chaque année environ cent millions de dollars en taxes provenant des pays exportateurs de déchets électroniques, ce qui fait de ce trafic une source de liquidités dont le gouvernement peut difficilement se passer. Le problème est que tout type de travail lié à la réutilisation et au recyclage de ces matériaux a des conséquences sur la santé et l'environnement similaires à celles liées à l'élimination des plastiques et des vêtements. Selon une étude de l'Organisation mondiale de la santé, l'élimination de ces déchets exposerait la population à pas moins de mille types de substances chimiques différentes pouvant endommager le cerveau, les poumons et le système nerveux. Il s'agit d'une situation similaire à celle de l'élimination du plastique, qui touche de la même manière les couches les plus fragiles de la population, telles que les femmes et les enfants.
par Cosimo Graziani La recherche de terres rares pour la transition énergétique est considérée comme une forme de néocolonialisme, et c'est aujourd'hui celle où ce phénomène se manifeste le plus clairement, notamment en raison de ses effets géopolitiques et économiques. Mais il existe d'autres pratiques de nature néocoloniale, moins visibles mais aux conséquences tout aussi négatives au niveau local. À commencer par l'exportation de déchets vers l'Afrique et l'Asie par les pays occidentaux, en particulier l'exportation de plastique, de vêtements et de déchets électroniques. L'exportation de déchets vers les pays du Sud est un phénomène qui existe depuis des décennies et que l'on a tenté de réglementer et d'endiguer par le passé en rédigeant la Convention de Bâle sur le contrôle des mouvements de déchets dangereux . Outre l'arrêt des mouvements de déchets, ce document avait pour autre objectif d'aider les pays en développement à gérer et à éliminer leurs déchets de manière écologique. Malheureusement, malgré ses intentions, la Convention n'a produit aucun résultat concret en matière de gestion des déchets au niveau international, mais la situation s'est au contraire aggravée au fil des ans. Leur exportation à l'échelle mondiale a été baptisée « Waste Colonialism », « colonialisme des déchets », précisément parce qu'il s'agit d'une forme d'exploitation par les pays ayant un passé colonial à l'égard de leurs anciennes colonies. La forme la plus classique de ce colonialisme concerne l'exportation de plastique, qui n'était initialement pas prévue dans la Convention de Bâle et qui n'y a été incluse qu'à partir de 2019 avec l'introduction d'un amendement spécifique. Pendant des années, l'une des principales destinations des déchets destinés à l'exportation a été la Chine, qui a toutefois cessé d'importer du plastique et d'autres déchets depuis 2018. Ce phénomène a également des répercussions économiques et, comme c'est le cas pour tous les mécanismes économiques soumis à des restrictions, le flux commercial s'est alors modifié, se dirigeant vers d'autres destinations du continent asiatique, à commencer par la Malaisie, le Vietnam et l'Indonésie. Entre 2021 et 2023, ces trois pays ont respectivement reçu 1,4 milliard, 1 milliard et 600 000 kilos de déchets plastiques. Parmi les nouvelles destinations, mais avec des quantités de déchets moindres, il convient également de mentionner l'Inde. Un autre pays de la région, la Thaïlande, a suivi l'exemple de la Chine et a interdit l'importation de plastique à partir de 2025, après avoir importé 1 million de tonnes de plastique entre 2018 et 2021. La caractéristique commune à tous ces pays est que la provenance des déchets reflète leur passé colonial : la Malaisie et l'Inde importent du plastique du Royaume-Uni, tandis que le Vietnam en importe de l'Union européenne. Ce qui rend la situation encore plus préoccupante, c'est l'augmentation de la valeur des importations de tous types de déchets vers l'Asie : selon les données publiées par la Commission des Nations unies contre la drogue et le crime , entre 2017 et 2019, la valeur des exportations de déchets de l'Union européenne vers les pays de l'ANASE – qui comprend tous les pays asiatiques mentionnés jusqu'à présent, à l'exception de la Chine et de l'Inde – a augmenté de 153 %. Cette situation a des conséquences environnementales évidentes. Le fait que les importations de déchets aient augmenté ces dernières années dans les pays d'Asie du Sud-Est et que ces déchets comprennent du plastique a également une certaine importance pour la pollution des océans, car selon les estimations, la majeure partie du plastique présent dans les mers provient précisément des fleuves asiatiques . Le problème du colonialisme des déchets est également présent en Afrique. Outre le plastique, le continent africain est la destination de vêtements d'occasion et surtout de déchets technologiques. Ces deux types de déchets sont collectés dans des décharges situées dans les grandes villes africaines, autour desquelles se sont développés des quartiers densément peuplés : à Nairobi, il s'agit de la décharge de Dandora, à Accra au Ghana, le quartier d'Agbogbloshie est situé à côté de la décharge, à Lagos au Nigeria, c'est celui de Makoko, à Dar es Salaam en Tanzanie, c'est celui de Tandare. L'un des plus importants centres de collecte de vêtements d'occasion en Afrique est la capitale ghanéenne, Accra. Le nœud du problème réside dans le fait qu'il s'agit de vêtements d'occasion et en matière synthétique, ce qui rend leur réutilisation plus compliquée. C'est une conséquence de l'industrie de la mode éphémère, qui entraîne une consommation rapide et l'absence d'une culture du réemploi. Ce phénomène est surtout alimenté dans les pays occidentaux, mais la Chine en est également l'un des perpetrateurs, puisqu'en quelques années, elle est passée du statut de pays récepteur de déchets à celui de pays exportateur. Les vêtements qui arrivent en Afrique sont soit collectés pour être revendus sur de véritables marchés d'occasion, soit ramassés dans des décharges, voire brûlés. Ces deux dernières options ont des conséquences dévastatrices sur le plan environnemental : selon une étude réalisée par Greenpeace en 2024, qui analysait le phénomène à Accra, une grande partie des vêtements qui arrivent dans la capitale ghanéenne sont collectés par la population et utilisés comme combustible pour les maisons. Cela provoque le rejet de substances polluantes et cancérigènes dans l'air. Mais ce n'est pas la seule forme de pollution : plus les vêtements synthétiques restent longtemps dans les décharges, plus ils libèrent de microplastiques qui contaminent les rivières, les sols et l'air, affectant également les écosystèmes locaux. Il existe également une autre forme de pollution issue du colonialisme des déchets, à savoir celle des déchets électroniques. Il s'agit de la forme la plus moderne et la plus préoccupante, et l'une des plus en croissance dans le monde selon les estimations des Nations unies mises à jour dans le dernier rapport de 2024, avec soixante-deux milliards de kilos de déchets électriques produits en 2022 dans le monde entier. L'envoi de ce type de déchets est masqué par les pays du Nord sous forme de dons de matériaux recyclables et réutilisables. Pendant longtemps, l'exportation de matériaux électroniques vers les pays du Sud a pu bénéficier d'une faille dans la Convention de Bâle : l'absence d'une règle précise régissant les flux entre les pays exportateurs et importateurs. Ce n'est que récemment que le problème a été abordé avec l'introduction d'un nouvel amendement qui réglemente les flux, entré en vigueur le 1er janvier 2025. L'un des promoteurs de cet amendement a été le Ghana, car même dans ce cas, l'Afrique, bien qu'elle soit le continent qui produit le moins de déchets de ce type selon l'ONU, en est la principale destination, avec le Nigeria et le Ghana comme points d'arrivée. Un véritable marché du travail s'est développé autour des déchets électroniques, à l'instar de la création des « marchés de l'occasion » pour les vêtements importés des pays du Nord. Selon les estimations rapportées par l'Organisation mondiale du travail dans un rapport publié en 2019, il y aurait au moins cent mille emplois informels dans le secteur des déchets électriques au Nigeria, qui auraient la capacité de traiter un demi-million de déchets par an. Il en va de même pour le Ghana : selon l'ONG catalane Ciutats Defensores dels Drets Humans, pour chaque tonne de déchets électroniques au Ghana, quinze travailleurs seraient impliqués dans le recyclage des matériaux et deux cents dans les réparations. Il existe également un autre aspect qui empêche de traiter efficacement le problème : le Ghana gagne chaque année environ cent millions de dollars en taxes provenant des pays exportateurs de déchets électroniques, ce qui fait de ce trafic une source de liquidités dont le gouvernement peut difficilement se passer. Le problème est que tout type de travail lié à la réutilisation et au recyclage de ces matériaux a des conséquences sur la santé et l'environnement similaires à celles liées à l'élimination des plastiques et des vêtements. Selon une étude de l'Organisation mondiale de la santé, l'élimination de ces déchets exposerait la population à pas moins de mille types de substances chimiques différentes pouvant endommager le cerveau, les poumons et le système nerveux. Il s'agit d'une situation similaire à celle de l'élimination du plastique, qui touche de la même manière les couches les plus fragiles de la population, telles que les femmes et les enfants.
22 minutes
Kiev - Temperatures ranging from -10 to -20 degrees, lack of electricity, heating and, in some cases, running water. From Borodjanka, near Kiev, Father Luca Bovio, Consolata missionary and director of the Pontifical Mission Societies in Ukraine, shows in a video one of the many refreshment points where people can find ‘respite’ from the cold, hot meals are distributed and play areas have been set up for children. The massive attacks on the energy infrastructure across the country are putting a strain on a population exhausted by almost four years of war. Father Bovio tells Fides about the first months of the National Direction of the Pontifical Mission Societies, which is gradually taking shape. The new National Direction was established in March 2025 and is currently based at the Apostolic Nunciature in Kiev, where Father Luca Bovio has been working since last summer. “Despite the bureaucratic processes for the legal recognition of our Direction by the State, which are normally lengthy and made even more complex by the ongoing conflict,” reports the missionary priest, "our work is developing: on our proposal, people are being identified who can be appointed as diocesan directors by their respective bishops: these are collaborators who, once trained, carry out valuable and widespread work in the individual dioceses. At the moment, three have already been appointed.” The current ecclesial reality in Ukraine has been shaped by a rich and complex history linked to the events of Orthodox Christianity in those lands. “As Pontifical Mission Societies,” explains Father Bovio, "we work mainly within the Latin Rite Catholic Church, which accounts for about 1% of Christianity in Ukraine. But even at this early stage, our Direction is expanding its field of work with Catholics of both the Latin and Greek Byzantine rites. In the near future, we would also like to collaborate with a small community of Armenian Catholics." An important sign of this collaboration with the local Church was the official invitation extended to Father Bovio last October to participate in the Synod of the Greek Catholic Church, to which 12-13% of the population belongs. On that occasion, Father Bovio illustrated the mission and work of the Pontifical Mission Societies. “With surprise and amazement,” adds the missionary, “I have also witnessed the formation of missionary children's groups in recent months. Especially during Christmas, there were many moments of missionary animation by these children and adolescents, who showed the joy and generosity typical of children and cultivated by the PMS for the benefit of the most distant children.” “I think it is a sign of great hope,” he adds, “to find children who, despite living in situations of constant precariousness, bring the Gospel with their hearts turned to their peers who are most in need.” Looking to the future, Father Luca Bovio states: "I believe that the PMS in Ukraine are called to an important commitment in missionary and vocational animation. In this initial phase, I believe that the urgency of proclaiming Christ beyond one’s own borders, to the whole world, is not yet widely perceived; here, Christianity is lived with an emphasis on other aspects that are undoubtedly important—there is, for example, great attention to the liturgy. “In this land blessed by God, rich in so many stories of saints and so many beautiful examples of Christian life, we will also seek to work so that vocations may arise which embrace the beauty of proclaiming Christ to the ends of the world.”
Kiev - Temperatures ranging from -10 to -20 degrees, lack of electricity, heating and, in some cases, running water. From Borodjanka, near Kiev, Father Luca Bovio, Consolata missionary and director of the Pontifical Mission Societies in Ukraine, shows in a video one of the many refreshment points where people can find ‘respite’ from the cold, hot meals are distributed and play areas have been set up for children. The massive attacks on the energy infrastructure across the country are putting a strain on a population exhausted by almost four years of war. Father Bovio tells Fides about the first months of the National Direction of the Pontifical Mission Societies, which is gradually taking shape. The new National Direction was established in March 2025 and is currently based at the Apostolic Nunciature in Kiev, where Father Luca Bovio has been working since last summer. “Despite the bureaucratic processes for the legal recognition of our Direction by the State, which are normally lengthy and made even more complex by the ongoing conflict,” reports the missionary priest, "our work is developing: on our proposal, people are being identified who can be appointed as diocesan directors by their respective bishops: these are collaborators who, once trained, carry out valuable and widespread work in the individual dioceses. At the moment, three have already been appointed.” The current ecclesial reality in Ukraine has been shaped by a rich and complex history linked to the events of Orthodox Christianity in those lands. “As Pontifical Mission Societies,” explains Father Bovio, "we work mainly within the Latin Rite Catholic Church, which accounts for about 1% of Christianity in Ukraine. But even at this early stage, our Direction is expanding its field of work with Catholics of both the Latin and Greek Byzantine rites. In the near future, we would also like to collaborate with a small community of Armenian Catholics." An important sign of this collaboration with the local Church was the official invitation extended to Father Bovio last October to participate in the Synod of the Greek Catholic Church, to which 12-13% of the population belongs. On that occasion, Father Bovio illustrated the mission and work of the Pontifical Mission Societies. “With surprise and amazement,” adds the missionary, “I have also witnessed the formation of missionary children's groups in recent months. Especially during Christmas, there were many moments of missionary animation by these children and adolescents, who showed the joy and generosity typical of children and cultivated by the PMS for the benefit of the most distant children.” “I think it is a sign of great hope,” he adds, “to find children who, despite living in situations of constant precariousness, bring the Gospel with their hearts turned to their peers who are most in need.” Looking to the future, Father Luca Bovio states: "I believe that the PMS in Ukraine are called to an important commitment in missionary and vocational animation. In this initial phase, I believe that the urgency of proclaiming Christ beyond one’s own borders, to the whole world, is not yet widely perceived; here, Christianity is lived with an emphasis on other aspects that are undoubtedly important—there is, for example, great attention to the liturgy. “In this land blessed by God, rich in so many stories of saints and so many beautiful examples of Christian life, we will also seek to work so that vocations may arise which embrace the beauty of proclaiming Christ to the ends of the world.”
23 minutes

Sveriges Melodifestival er startet, og i år afholdes tredje runde i Kristianstad. Lørdag den 14. februar går det løs! Kristianstad kommune ønsker, at alle i byen skal tage del i melodifestival-hypen. Derfor investerer man 1,4 millioner SEK i arrangementet. Henrik Alvesson, planlægningsstrateg i Kristianstad Kommune, mener, at investeringen vil blive indtjent gennem skatteindtægter. At være […]

Sveriges Melodifestival er startet, og i år afholdes tredje runde i Kristianstad. Lørdag den 14. februar går det løs! Kristianstad kommune ønsker, at alle i byen skal tage del i melodifestival-hypen. Derfor investerer man 1,4 millioner SEK i arrangementet. Henrik Alvesson, planlægningsstrateg i Kristianstad Kommune, mener, at investeringen vil blive indtjent gennem skatteindtægter. At være […]