路透社引述伊朗塔斯尼姆通訊社報道,美國和以色列今天(3月21日)對納坦茲鈾濃縮設施發動襲擊。與此同時,美國向中東增派數千名士兵,並譴責其北約盟友試圖遠離衝突、缺乏支持。

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路透社引述伊朗塔斯尼姆通訊社報道,美國和以色列今天(3月21日)對納坦茲鈾濃縮設施發動襲擊。與此同時,美國向中東增派數千名士兵,並譴責其北約盟友試圖遠離衝突、缺乏支持。

El central brasileño vuelve a sonreír y se prepara para la fase clave.

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Mundiario
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El central brasileño vuelve a sonreír y se prepara para la fase clave.

Nairobi - Le ripercussioni del conflitto nel Golfo Persico iniziano a farsi sentire in tutto il mondo. Al di là delle conseguenze sui mercati energetici per la chiusura dello Stretto di Hormuz, una delle conseguenze silenziose, ma non per questo meno importanti, è sulle economie africane. Non solo effetti macroeconomici come inflazione, aumento dell’energia e tagli al budget nazionali, ma anche quelli connessi all’esportazioni di piccoli produttori, soprattutto nel campo alimentare. I problemi non sono limitati a un solo paese o a una sola zona, ma toccano tutte le principali economie africane. Basta prendere in considerazione i casi di Sudafrica, Egitto e Kenya.Partendo proprio dal Kenya, uno dei settori che sta risentendo del conflitto è quello dell’esportazione della carne verso i paesi del Golfo. La regione rappresenta il principale sbocco per l’esportazione di carne per il Kenya, con gli Emirati Arabi Uniti che da soli contano tra il 40 e il 60% delle esportazioni. Altre destinazioni sono l’Oman, il Kuwait, il Bahrain e la Giordania, tutti paesi verso sui il flusso delle vendite è diminuito a causa del conflitto. In alcune dichiarazioni rilasciate alla Reuters, Nicholas Ngahu, capo del Consiglio degli Esportatori di Carne e Bestiame del Kenya, ha dichiarato che l’industria nel suo complesso ha ridotto le sue esportazioni del 15% e che in un periodo come quello del Ramadan il volume del giro d’affari si è ridotto di un ulteriore 5%. A complicare la situazione ci sono le spese di spedizione. Secondo Dennis Muraya, direttore della Konza Clearing Agency, azienda che si occupa di spedizioni, anche lui intervistato da Reuters, il costo di un chilo di carne verso la regione è quasi triplicato a causa degli aumenti legati alle assicurazioni. Questo significa una notevole riduzione del volume di carne inviato giornalmente, passato da duecento metri cubi di tonnellate a sole cinque tonnellate. La preoccupazione per il futuro è che il proseguimento della guerra faccia ridurre ulteriormente il giro d’affari, che il mercato interno non riesce a sopperire, dando un colpo quasi definitivo al settore.Nel caso del Sudafrica a soffrire per il conflitto è il settore agricolo, in particolare quello della frutta. Secondo i dati riportati dall’organizzazione sudafricana Hortgro, che si occupa d’ analizzare il settore, e riportati dalla testata Scrolla, il Medio Oriente è la destinazione del 21% dell’export sudafricano di pere, del 12% di quello di mele, del 60% di quello di albicocche, del 34% di quello di pesche e del 17% di quello di nettarine e del 12% di quello di prugne. In questo caso la guerra ha portato una serie di problemi anche per quei cargo che avevano già lasciato il Sudafrica e si trovavano diretti verso i mercati di destinazione, che sono rimasti bloccati a metà strada. I carichi che invece si trovavano pronti a lasciare i porti sono stati smantellati. Anche in questo caso mercati alternativi e mercato interno non riescono a coprire la domanda mettendo a rischio l’intero settore. A tale problema si aggiunge anche quello dell’approvvigionamento di petrolio. Nel 2024 il Sudafrica ha importato il 69% del suo petrolio e del suo diesel da Oman, Emirati Arabi, Arabia Saudita, e Bahrain. Il blocco dello stretto di Hormuz, se dovesse continuare per l’economia del paese sarebbe un enorme problema.Problemi simili sono quelli che sta affrontando anche l’Egitto. Qui si teme un problema sociale oltre che economico: il governo è stato costretto a mettere un tetto al pane non sovvenzionato dallo Stato e prodotto dalle panetterie private. La misura è stata presa come conseguenza dell’aumento della pressione inflazionistica sull’economia a seguito del conflitto, che ha anche causato un rialzo dei prezzi del carburante. Gli effetti sull’economia in questo caso potrebbero essere ancora più ampi perché è probabile che si facciano sentire anche sui trasporti e sui costi di produzione. Il paese inoltre sta affrontando un problema rilevante sui mercati finanziari: da quando è iniziato il conflitto la vendita dei titoli di stato ha subito un arresto – si parla di una cifra compresa tra i cinque e gli otto miliardi di dollari. Si tratta di una notizia preoccupante per l’economia egiziana: i titoli di stato sono lo strumento con il quale lo stato finanzia gli interessi sul debito, influenzato a sua volta da un’inflazione a due cifre. Se la tendenza dovesse confermarsi, unita alla crescita dell’inflazione dovuta al conflitto, per l’Egitto si aprirebbe una crisi economica che potrebbe avere serie ed imprevedibili ripercussioni sociali.

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Agenzia Fides
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Nairobi - Le ripercussioni del conflitto nel Golfo Persico iniziano a farsi sentire in tutto il mondo. Al di là delle conseguenze sui mercati energetici per la chiusura dello Stretto di Hormuz, una delle conseguenze silenziose, ma non per questo meno importanti, è sulle economie africane. Non solo effetti macroeconomici come inflazione, aumento dell’energia e tagli al budget nazionali, ma anche quelli connessi all’esportazioni di piccoli produttori, soprattutto nel campo alimentare. I problemi non sono limitati a un solo paese o a una sola zona, ma toccano tutte le principali economie africane. Basta prendere in considerazione i casi di Sudafrica, Egitto e Kenya.Partendo proprio dal Kenya, uno dei settori che sta risentendo del conflitto è quello dell’esportazione della carne verso i paesi del Golfo. La regione rappresenta il principale sbocco per l’esportazione di carne per il Kenya, con gli Emirati Arabi Uniti che da soli contano tra il 40 e il 60% delle esportazioni. Altre destinazioni sono l’Oman, il Kuwait, il Bahrain e la Giordania, tutti paesi verso sui il flusso delle vendite è diminuito a causa del conflitto. In alcune dichiarazioni rilasciate alla Reuters, Nicholas Ngahu, capo del Consiglio degli Esportatori di Carne e Bestiame del Kenya, ha dichiarato che l’industria nel suo complesso ha ridotto le sue esportazioni del 15% e che in un periodo come quello del Ramadan il volume del giro d’affari si è ridotto di un ulteriore 5%. A complicare la situazione ci sono le spese di spedizione. Secondo Dennis Muraya, direttore della Konza Clearing Agency, azienda che si occupa di spedizioni, anche lui intervistato da Reuters, il costo di un chilo di carne verso la regione è quasi triplicato a causa degli aumenti legati alle assicurazioni. Questo significa una notevole riduzione del volume di carne inviato giornalmente, passato da duecento metri cubi di tonnellate a sole cinque tonnellate. La preoccupazione per il futuro è che il proseguimento della guerra faccia ridurre ulteriormente il giro d’affari, che il mercato interno non riesce a sopperire, dando un colpo quasi definitivo al settore.Nel caso del Sudafrica a soffrire per il conflitto è il settore agricolo, in particolare quello della frutta. Secondo i dati riportati dall’organizzazione sudafricana Hortgro, che si occupa d’ analizzare il settore, e riportati dalla testata Scrolla, il Medio Oriente è la destinazione del 21% dell’export sudafricano di pere, del 12% di quello di mele, del 60% di quello di albicocche, del 34% di quello di pesche e del 17% di quello di nettarine e del 12% di quello di prugne. In questo caso la guerra ha portato una serie di problemi anche per quei cargo che avevano già lasciato il Sudafrica e si trovavano diretti verso i mercati di destinazione, che sono rimasti bloccati a metà strada. I carichi che invece si trovavano pronti a lasciare i porti sono stati smantellati. Anche in questo caso mercati alternativi e mercato interno non riescono a coprire la domanda mettendo a rischio l’intero settore. A tale problema si aggiunge anche quello dell’approvvigionamento di petrolio. Nel 2024 il Sudafrica ha importato il 69% del suo petrolio e del suo diesel da Oman, Emirati Arabi, Arabia Saudita, e Bahrain. Il blocco dello stretto di Hormuz, se dovesse continuare per l’economia del paese sarebbe un enorme problema.Problemi simili sono quelli che sta affrontando anche l’Egitto. Qui si teme un problema sociale oltre che economico: il governo è stato costretto a mettere un tetto al pane non sovvenzionato dallo Stato e prodotto dalle panetterie private. La misura è stata presa come conseguenza dell’aumento della pressione inflazionistica sull’economia a seguito del conflitto, che ha anche causato un rialzo dei prezzi del carburante. Gli effetti sull’economia in questo caso potrebbero essere ancora più ampi perché è probabile che si facciano sentire anche sui trasporti e sui costi di produzione. Il paese inoltre sta affrontando un problema rilevante sui mercati finanziari: da quando è iniziato il conflitto la vendita dei titoli di stato ha subito un arresto – si parla di una cifra compresa tra i cinque e gli otto miliardi di dollari. Si tratta di una notizia preoccupante per l’economia egiziana: i titoli di stato sono lo strumento con il quale lo stato finanzia gli interessi sul debito, influenzato a sua volta da un’inflazione a due cifre. Se la tendenza dovesse confermarsi, unita alla crescita dell’inflazione dovuta al conflitto, per l’Egitto si aprirebbe una crisi economica che potrebbe avere serie ed imprevedibili ripercussioni sociali.

Presidenti amerikan Donald Trump ka ashpërsuar tonet ndaj aleatëve të NATO-s, duke i quajtur “frikacakë” për shkak se nuk iu bashkuan luftës së tij kundër Iranit. Në të njëjtën kohë, ai ka urdhëruar dërgimin e një kontingjenti tjetër marinsash drejt Gjirit Persik, duke sinjalizuar se është i gatshëm të veprojë i vetëm, raporton Klan. Në […]

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Presidenti amerikan Donald Trump ka ashpërsuar tonet ndaj aleatëve të NATO-s, duke i quajtur “frikacakë” për shkak se nuk iu bashkuan luftës së tij kundër Iranit. Në të njëjtën kohë, ai ka urdhëruar dërgimin e një kontingjenti tjetër marinsash drejt Gjirit Persik, duke sinjalizuar se është i gatshëm të veprojë i vetëm, raporton Klan. Në […]

Tại Nga, việc siết chặt gọng kìm để hạn chế người dân giao tiếp với nhau đang lan rộng. Các ứng dụng tin nhắn WhatsApp và Telegram đang bị chặn, mạng di động bị ngắt ở ngày càng nhiều khu vực trên toàn quốc. Ngay cả thủ đô Matxcơva hôm qua 20/03/2026 cũng đã bước sang tuần thứ tư bị cắt internet di động ở khoảng 1/3 thành phố - chủ yếu là khu trung tâm. Nỗi bất mãn và lo lắng đang lan rộng trong dân chúng, nhất là ở vùng biên với Ukraina.

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Tại Nga, việc siết chặt gọng kìm để hạn chế người dân giao tiếp với nhau đang lan rộng. Các ứng dụng tin nhắn WhatsApp và Telegram đang bị chặn, mạng di động bị ngắt ở ngày càng nhiều khu vực trên toàn quốc. Ngay cả thủ đô Matxcơva hôm qua 20/03/2026 cũng đã bước sang tuần thứ tư bị cắt internet di động ở khoảng 1/3 thành phố - chủ yếu là khu trung tâm. Nỗi bất mãn và lo lắng đang lan rộng trong dân chúng, nhất là ở vùng biên với Ukraina.

США и Израиль нанесли утром 21 марта удар по заводу по обогащению урана в Натанзе, сообщает CNN со ссылкой на иранское агентство Tasnim.

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Медуза
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США и Израиль нанесли утром 21 марта удар по заводу по обогащению урана в Натанзе, сообщает CNN со ссылкой на иранское агентство Tasnim.

За даними ОВА, у Славутичі без світла – майже 21 тисяча жителів

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За даними ОВА, у Славутичі без світла – майже 21 тисяча жителів

Conservación - La Asociación de Criadores de la Gallina Extremeña Azul, con 23 ganaderías, mantiene el libro genealógico y coordina el programa de críaCerdos enfermos, canibalismo y restos de cadáveres por el suelo: así es la ‘granja de los horrores’ de Aragón La selección de animales en granjas modernas favorece ejemplares que crecen rápido y ponen más huevos en menos tiempo. España es una potencia avícola porque produce enormes volúmenes de carne y huevos, apoyada en sistemas industriales que buscan rendimiento y uniformidad. Ese modelo ha ido apartando a razas que no encajan en esa idea, aunque durante décadas formaron parte de la vida rural. La presión por producir más ha cambiado qué animales se crían y cuáles desaparecen, y ahí aparece una pregunta que exige mirar casos concretos. La gallina extremeña azul sigue en una situación delicada Esa forma de producir explica por qué una raza concreta como la gallina extremeña azul sigue en riesgo pese a los intentos por recuperarla. Esta estirpe apenas reúne unos 2.000 ejemplares y su situación no ha cambiado lo suficiente desde que en 1991 se localizaron los últimos núcleos en cinco pueblos. El problema no se limita al número de aves, sino a su capacidad para mantenerse en un sistema que no está diseñado para ellas. Sin un uso económico estable, la recuperación se queda a medio camino. El sistema productivo condiciona la supervivencia de las razas La expansión de la avicultura industrial desde mediados del siglo XX desplazó a muchas razas locales. Las explotaciones pasaron a centrarse en híbridos seleccionados para producir carne o huevos de forma intensiva, lo que dejó fuera a animales con otros ritmos y características. Ese cambio no fue puntual, sino continuo, y terminó por arrinconar a variedades que antes eran habituales en cortijos y pequeñas fincas. El sistema, por lo tanto, favorece la especialización y penaliza cualquier modelo que no se ajuste a esa idea productiva. Los programas de conservación no aseguran el futuro En ese contexto, la gallina extremeña azul, que no es que tenga ese color como tal sino que es más bien grisácea, se ha convertido en una excepción dentro del país. Su censo ronda unos pocos miles de ejemplares y se concentra casi por completo en Extremadura, sobre todo en Badajoz, con pequeños focos en Cáceres. Tal y como recoge Xataka, la Asociación de Criadores de la Gallina Extremeña Azul agrupa 23 ganaderías, aunque muchas personas la crían solo para consumo propio o como afición. Esa presencia limitada explica por qué se la considera una de las gallinas más escasas de España. Las iniciativas de protección necesitan estar ligadas a usos reales que permitan ingresos estables El esfuerzo por recuperarla ha permitido mejorar la situación respecto a los años 90, pero no ha resuelto el problema de fondo. Existen programas de cría, registros genealógicos y apoyo institucional, pero la raza no ha conseguido dar el salto a una producción que permita vivir de ella. Incluso con herramientas como bancos de germoplasma o el sello de raza autóctona, su presencia sigue siendo frágil. La mejora ha sido real, aunque insuficiente para garantizar su continuidad. La pérdida de diversidad afecta a la mayoría de razas El caso no es aislado dentro del país. En España hay 21 razas avícolas en peligro de extinción, lo que supone el 95,4% de las registradas. Si se amplía la mirada a todas las razas ganaderas autóctonas, el porcentaje en riesgo alcanza el 84%. Estos datos muestran un patrón claro en el que la diversidad genética retrocede mientras crecen los sistemas intensivos. El problema no está en la falta de producción, sino en el tipo de producción que domina. La cuestión es qué modelo territorial se quiere para zonas rurales y qué valor se da al patrimonio genético acumulado durante generaciones. Mantener una raza implica integrarla en una actividad real, no solo conservarla en registros o proyectos puntuales. Sin una forma de vida ligada a ella, la gallina extremeña azul sigue dependiendo de esfuerzos dispersos que no aseguran su futuro a largo plazo.

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Conservación - La Asociación de Criadores de la Gallina Extremeña Azul, con 23 ganaderías, mantiene el libro genealógico y coordina el programa de críaCerdos enfermos, canibalismo y restos de cadáveres por el suelo: así es la ‘granja de los horrores’ de Aragón La selección de animales en granjas modernas favorece ejemplares que crecen rápido y ponen más huevos en menos tiempo. España es una potencia avícola porque produce enormes volúmenes de carne y huevos, apoyada en sistemas industriales que buscan rendimiento y uniformidad. Ese modelo ha ido apartando a razas que no encajan en esa idea, aunque durante décadas formaron parte de la vida rural. La presión por producir más ha cambiado qué animales se crían y cuáles desaparecen, y ahí aparece una pregunta que exige mirar casos concretos. La gallina extremeña azul sigue en una situación delicada Esa forma de producir explica por qué una raza concreta como la gallina extremeña azul sigue en riesgo pese a los intentos por recuperarla. Esta estirpe apenas reúne unos 2.000 ejemplares y su situación no ha cambiado lo suficiente desde que en 1991 se localizaron los últimos núcleos en cinco pueblos. El problema no se limita al número de aves, sino a su capacidad para mantenerse en un sistema que no está diseñado para ellas. Sin un uso económico estable, la recuperación se queda a medio camino. El sistema productivo condiciona la supervivencia de las razas La expansión de la avicultura industrial desde mediados del siglo XX desplazó a muchas razas locales. Las explotaciones pasaron a centrarse en híbridos seleccionados para producir carne o huevos de forma intensiva, lo que dejó fuera a animales con otros ritmos y características. Ese cambio no fue puntual, sino continuo, y terminó por arrinconar a variedades que antes eran habituales en cortijos y pequeñas fincas. El sistema, por lo tanto, favorece la especialización y penaliza cualquier modelo que no se ajuste a esa idea productiva. Los programas de conservación no aseguran el futuro En ese contexto, la gallina extremeña azul, que no es que tenga ese color como tal sino que es más bien grisácea, se ha convertido en una excepción dentro del país. Su censo ronda unos pocos miles de ejemplares y se concentra casi por completo en Extremadura, sobre todo en Badajoz, con pequeños focos en Cáceres. Tal y como recoge Xataka, la Asociación de Criadores de la Gallina Extremeña Azul agrupa 23 ganaderías, aunque muchas personas la crían solo para consumo propio o como afición. Esa presencia limitada explica por qué se la considera una de las gallinas más escasas de España. Las iniciativas de protección necesitan estar ligadas a usos reales que permitan ingresos estables El esfuerzo por recuperarla ha permitido mejorar la situación respecto a los años 90, pero no ha resuelto el problema de fondo. Existen programas de cría, registros genealógicos y apoyo institucional, pero la raza no ha conseguido dar el salto a una producción que permita vivir de ella. Incluso con herramientas como bancos de germoplasma o el sello de raza autóctona, su presencia sigue siendo frágil. La mejora ha sido real, aunque insuficiente para garantizar su continuidad. La pérdida de diversidad afecta a la mayoría de razas El caso no es aislado dentro del país. En España hay 21 razas avícolas en peligro de extinción, lo que supone el 95,4% de las registradas. Si se amplía la mirada a todas las razas ganaderas autóctonas, el porcentaje en riesgo alcanza el 84%. Estos datos muestran un patrón claro en el que la diversidad genética retrocede mientras crecen los sistemas intensivos. El problema no está en la falta de producción, sino en el tipo de producción que domina. La cuestión es qué modelo territorial se quiere para zonas rurales y qué valor se da al patrimonio genético acumulado durante generaciones. Mantener una raza implica integrarla en una actividad real, no solo conservarla en registros o proyectos puntuales. Sin una forma de vida ligada a ella, la gallina extremeña azul sigue dependiendo de esfuerzos dispersos que no aseguran su futuro a largo plazo.

El curioso caso que revela un negocio poco conocidoLa extraña estrategia de las hormigas ibéricas que fabrican otra especie para conseguir obreras híbridas incansables Lo que parecía un control rutinario en el aeropuerto acabó con un hallazgo poco habitual. Un ciudadano chino fue detenido en el Aeropuerto Internacional Jomo Kenyatta de Nairobi tras intentar sacar del país más de 2.000 hormigas reina vivas ocultas en su equipaje. Las autoridades encontraron los insectos repartidos en tubos de ensayo (hasta 1.948 ejemplares) y otros cientos escondidos en rollos de papel higiénico, preparados para el transporte. Más allá de lo llamativo de la cifra, el caso encaja en una tendencia que ya han señalado organismos como el Kenya Wildlife Service (KWS), que apunta a un aumento de incautaciones relacionadas con especies pequeñas, frente al tradicional tráfico de grandes animales. Entre los ejemplares incautados había especies como Messor cephalotes, conocidas en el ámbito de la mirmecología y presentes en el mercado internacional de coleccionismo de hormigueros. En ese contexto, las hormigas reina tienen un papel clave, ya que son necesarias para fundar nuevas colonias, lo que explica su interés en determinados circuitos especializados en Europa y Asia. Más que una curiosidad: el papel clave de las hormigas en el planeta Aunque pueda parecer una historia curiosa, el impacto de este tipo de tráfico es importante. Las hormigas desempeñan funciones esenciales en los ecosistemas: airean el suelo, dispersan semillas y contribuyen al equilibrio de los hábitats. Su extracción masiva puede alterar procesos ecológicos clave. Organismos internacionales como la Convention on International Trade in Endangered Species regulan el comercio de especies para evitar la sobreexplotación, y aunque los insectos suelen pasar desapercibidos, cada vez están más presentes en estas redes ilegales. El caso de Kenia no es aislado. En los últimos años, las autoridades han interceptado miles de hormigas destinadas a mercados internacionales, lo que confirma la existencia de redes organizadas de tráfico de insectos. Este fenómeno, conocido como biopiratería, pone de relieve cómo incluso los animales más pequeños pueden convertirse en objeto de comercio global. Y también cómo la fascinación humana por lo exótico (incluso en forma de hormiguero) puede tener consecuencias reales en la naturaleza. Porque detrás de esta historia sorprendente hay algo más que una maleta llena de insectos: hay un recordatorio de que la biodiversidad también se pierde en silencio, incluso a escala microscópica.

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El curioso caso que revela un negocio poco conocidoLa extraña estrategia de las hormigas ibéricas que fabrican otra especie para conseguir obreras híbridas incansables Lo que parecía un control rutinario en el aeropuerto acabó con un hallazgo poco habitual. Un ciudadano chino fue detenido en el Aeropuerto Internacional Jomo Kenyatta de Nairobi tras intentar sacar del país más de 2.000 hormigas reina vivas ocultas en su equipaje. Las autoridades encontraron los insectos repartidos en tubos de ensayo (hasta 1.948 ejemplares) y otros cientos escondidos en rollos de papel higiénico, preparados para el transporte. Más allá de lo llamativo de la cifra, el caso encaja en una tendencia que ya han señalado organismos como el Kenya Wildlife Service (KWS), que apunta a un aumento de incautaciones relacionadas con especies pequeñas, frente al tradicional tráfico de grandes animales. Entre los ejemplares incautados había especies como Messor cephalotes, conocidas en el ámbito de la mirmecología y presentes en el mercado internacional de coleccionismo de hormigueros. En ese contexto, las hormigas reina tienen un papel clave, ya que son necesarias para fundar nuevas colonias, lo que explica su interés en determinados circuitos especializados en Europa y Asia. Más que una curiosidad: el papel clave de las hormigas en el planeta Aunque pueda parecer una historia curiosa, el impacto de este tipo de tráfico es importante. Las hormigas desempeñan funciones esenciales en los ecosistemas: airean el suelo, dispersan semillas y contribuyen al equilibrio de los hábitats. Su extracción masiva puede alterar procesos ecológicos clave. Organismos internacionales como la Convention on International Trade in Endangered Species regulan el comercio de especies para evitar la sobreexplotación, y aunque los insectos suelen pasar desapercibidos, cada vez están más presentes en estas redes ilegales. El caso de Kenia no es aislado. En los últimos años, las autoridades han interceptado miles de hormigas destinadas a mercados internacionales, lo que confirma la existencia de redes organizadas de tráfico de insectos. Este fenómeno, conocido como biopiratería, pone de relieve cómo incluso los animales más pequeños pueden convertirse en objeto de comercio global. Y también cómo la fascinación humana por lo exótico (incluso en forma de hormiguero) puede tener consecuencias reales en la naturaleza. Porque detrás de esta historia sorprendente hay algo más que una maleta llena de insectos: hay un recordatorio de que la biodiversidad también se pierde en silencio, incluso a escala microscópica.

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رادیو بین‌المللی فرانسه
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بررسی تازه نیویورک تایمز نشان می‌دهد که از زمان آغاز جنگ در خاورمیانه، دستکم ۳۹ پالایشگاه نفت، میدان گاز طبیعی و دیگر سایت‌های انرژی در نه کشور منطقه، مورد هدف قرار گرفته است. تشدید درگیری‌ها در روزهای پسین، نشان می‌دهد که انرژی در جنگ کنونی به عنوان یک هدف بالقوه که توانایی ایجاد درد شدید اقتصادی را دارد، دیده می‌شود. تحلیلگران باورمندند که با تداوم جنگ، ممکن است دو طرف، قوی‌ترین کارت‌های اهرم انرژی خود را رو کنند.

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بررسی تازه نیویورک تایمز نشان می‌دهد که از زمان آغاز جنگ در خاورمیانه، دستکم ۳۹ پالایشگاه نفت، میدان گاز طبیعی و دیگر سایت‌های انرژی در نه کشور منطقه، مورد هدف قرار گرفته است. تشدید درگیری‌ها در روزهای پسین، نشان می‌دهد که انرژی در جنگ کنونی به عنوان یک هدف بالقوه که توانایی ایجاد درد شدید اقتصادی را دارد، دیده می‌شود. تحلیلگران باورمندند که با تداوم جنگ، ممکن است دو طرف، قوی‌ترین کارت‌های اهرم انرژی خود را رو کنند.

Araújo o Espart, el dilema del Barça en el momento clave del curso.

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Mundiario
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Araújo o Espart, el dilema del Barça en el momento clave del curso.

Trong một cuộc trả lời phỏng vấn qua điện thoại với hãng tin Nhật Kyodo, công bố hôm nay, 21/03/2026, ngoại trưởng Iran Abbas Araghchi cho biết Teheran sẵn sàng đảm bảo an toàn cho các hoạt động vận tải của Nhật qua eo biển Hormuz.

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Trong một cuộc trả lời phỏng vấn qua điện thoại với hãng tin Nhật Kyodo, công bố hôm nay, 21/03/2026, ngoại trưởng Iran Abbas Araghchi cho biết Teheran sẵn sàng đảm bảo an toàn cho các hoạt động vận tải của Nhật qua eo biển Hormuz.

While Labor has secured a thumping win, which party will form opposition is not yet clear.

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The Conversation
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While Labor has secured a thumping win, which party will form opposition is not yet clear.

Modelos climáticos - El trabajo examina entornos de ficción con métodos similares a los del análisis del calentamiento global, centrándose en comprobar si las condiciones naturales descritas respetan principios físicos conocidosEl día que el mundo supo que la atmósfera estaba rota y decidió arreglarla sin perder décadas discutiendo Algunos escenarios inventados abarcan continentes completos con mares, montañas y desiertos dibujados con tanto detalle que invitan a examinarlos como si fueran territorios reales. Mundos muy conocidos como Pandora en Avatar, Arrakis en Dune o el planeta Coruscant del universo Star Wars muestran ecosistemas, climas y geografías descritos con precisión. Esa amplitud hace que surja una duda. Si alguien aplicara leyes físicas reales a esos lugares imaginados, ¿seguirían funcionando? El interés por esa pregunta ha llevado a científicos a utilizar herramientas que normalmente se emplean para estudiar el clima terrestre. Investigadores han aplicado modelos atmosféricos complejos a paisajes inventados para comprobar si las lluvias, temperaturas y vientos descritos por los autores podrían mantenerse en condiciones reales. John Cook crea Terrios con apoyo de simulaciones atmosféricas Según un estudio publicado recientemente, esos cálculos permiten examinar mundos narrativos con el mismo tipo de simulaciones que se usan para estudiar el calentamiento global. El objetivo no es evaluar historias, sino comprobar si sus entornos naturales encajan con la física del planeta. Los modelos muestran qué universos podrían funcionar fuera del relato Una parte de ese trabajo sirvió también para construir un territorio nuevo pensado desde el principio con ayuda científica. John Cook, investigador sénior en la Melbourne School of Psychological Sciences de The University of Melbourne, desarrolló una historia alegórica sobre la respuesta social al deterioro ambiental y colaboró con climatólogos para diseñar el clima de su mundo ficticio, llamado Terrios. Los científicos generaron simulaciones con datos de temperatura, lluvia y circulación de vientos a lo largo del recorrido de los personajes. Ese sistema permitió definir biomas distintos y condiciones atmosféricas coherentes en cada región del mapa. Los resultados mostraban qué zonas serían húmedas, qué áreas quedarían sometidas a sequías y qué regiones recibirían vientos dominantes. Con esa información, el relato podía describir desplazamientos y paisajes sin contradicciones ambientales. La historia mantenía así coherencia interna porque cada trayecto atravesaba territorios con climas definidos por el modelo climático. Los estudios reproducen patrones reales en la geografía de Tolkien Antes de este trabajo, una simulación similar ya había demostrado que estos enfoques también pueden servir para explicar ciencia. El climatólogo Dan Lunt, profesor de Climate Science en la University of Bristol, publicó en 2013 una simulación del clima de la Tierra Media que terminó utilizándose en aulas para enseñar meteorología. Según explicó el propio Lunt, el escenario narrativo ayudaba a ilustrar principios físicos difíciles de transmitir con ejemplos cotidianos. El estudio transformó un paisaje literario en una herramienta pedagógica para explicar cómo circula el aire húmedo o cómo se distribuyen las precipitaciones. Los profesores encontraron que un entorno conocido por los lectores permitía explicar fenómenos atmosféricos de forma más clara. Las simulaciones mostraban cómo se forman lluvias intensas en regiones montañosas o por qué ciertas zonas quedan protegidas de las tormentas. Ese tipo de ejemplos facilitaba explicar los mecanismos que gobiernan el clima real. El climatólogo presenta una simulación que utiliza un universo literario para explicar principios meteorológicos El mismo enfoque se aplicó a la Tierra Media usando mapas detallados creados por J. R. R. Tolkien. Alex Farnsworth, investigador asociado en meteorología de la University of Bristol, junto con otros climatólogos, introdujo en el modelo datos de relieve terrestre y profundidad oceánica. Los científicos asumieron que ese mundo tenía parámetros físicos similares a los de la Tierra, como el tamaño del planeta o su distancia respecto al Sol. A partir de esas condiciones ejecutaron simulaciones completas del clima. Los resultados mostraron un patrón parecido al del oeste de Europa y el norte de África. Las lluvias aparecían con más frecuencia en el lado occidental de las Montañas Nubladas, mientras el aire descendente producía regiones más secas al este. Ese comportamiento responde al mismo mecanismo observado en cordilleras reales, donde los vientos húmedos ascienden por la ladera expuesta y descargan precipitaciones antes de cruzar la montaña. La simulación también apuntaba a una cobertura forestal amplia en gran parte del territorio. Esa distribución coincidía con descripciones literarias del propio Tolkien, donde se menciona que los bosques eran tan extensos que un animal podía desplazarse largas distancias entre árboles sin tocar el suelo. Las simulaciones buscan explicar estaciones extremas en Poniente Otro caso analizado planteaba un desafío distinto. En la saga creada por George R. R. Martin, los inviernos y veranos pueden durar décadas y aparecen de forma irregular. Dann Mitchell, profesor de Climate Science en la University of Bristol, participó en simulaciones destinadas a encontrar una explicación física plausible para ese fenómeno en Poniente. Los científicos probaron un escenario en el que el eje de rotación del planeta oscila de forma caótica durante su órbita, algo parecido a una peonza que pierde estabilidad. En la Tierra, la inclinación del eje permanece estable gracias a la influencia gravitatoria de la Luna. En ese modelo alternativo, un cambio continuo de la inclinación produciría estaciones extremadamente largas y cambios bruscos entre periodos cálidos y fríos. Los científicos proponen que un eje planetario inestable, afectado por la pérdida de un satélite, podría causar periodos climáticos muy largos El estudio planteó además una posible razón para esa inestabilidad. En el relato se menciona que el planeta tuvo dos lunas en el pasado y que una de ellas desapareció. La pérdida de ese segundo satélite podría haber alterado el equilibrio gravitatorio del sistema y desencadenado variaciones en el eje del planeta. Según The Conversation, ese tipo de simulaciones no solo convierte mapas inventados en modelos climáticos, sino que también permite responder a la pregunta inicial: algunos de esos mundos podrían sostenerse con leyes físicas reales, mientras otros solo funcionan dentro del relato que los imaginó.

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Modelos climáticos - El trabajo examina entornos de ficción con métodos similares a los del análisis del calentamiento global, centrándose en comprobar si las condiciones naturales descritas respetan principios físicos conocidosEl día que el mundo supo que la atmósfera estaba rota y decidió arreglarla sin perder décadas discutiendo Algunos escenarios inventados abarcan continentes completos con mares, montañas y desiertos dibujados con tanto detalle que invitan a examinarlos como si fueran territorios reales. Mundos muy conocidos como Pandora en Avatar, Arrakis en Dune o el planeta Coruscant del universo Star Wars muestran ecosistemas, climas y geografías descritos con precisión. Esa amplitud hace que surja una duda. Si alguien aplicara leyes físicas reales a esos lugares imaginados, ¿seguirían funcionando? El interés por esa pregunta ha llevado a científicos a utilizar herramientas que normalmente se emplean para estudiar el clima terrestre. Investigadores han aplicado modelos atmosféricos complejos a paisajes inventados para comprobar si las lluvias, temperaturas y vientos descritos por los autores podrían mantenerse en condiciones reales. John Cook crea Terrios con apoyo de simulaciones atmosféricas Según un estudio publicado recientemente, esos cálculos permiten examinar mundos narrativos con el mismo tipo de simulaciones que se usan para estudiar el calentamiento global. El objetivo no es evaluar historias, sino comprobar si sus entornos naturales encajan con la física del planeta. Los modelos muestran qué universos podrían funcionar fuera del relato Una parte de ese trabajo sirvió también para construir un territorio nuevo pensado desde el principio con ayuda científica. John Cook, investigador sénior en la Melbourne School of Psychological Sciences de The University of Melbourne, desarrolló una historia alegórica sobre la respuesta social al deterioro ambiental y colaboró con climatólogos para diseñar el clima de su mundo ficticio, llamado Terrios. Los científicos generaron simulaciones con datos de temperatura, lluvia y circulación de vientos a lo largo del recorrido de los personajes. Ese sistema permitió definir biomas distintos y condiciones atmosféricas coherentes en cada región del mapa. Los resultados mostraban qué zonas serían húmedas, qué áreas quedarían sometidas a sequías y qué regiones recibirían vientos dominantes. Con esa información, el relato podía describir desplazamientos y paisajes sin contradicciones ambientales. La historia mantenía así coherencia interna porque cada trayecto atravesaba territorios con climas definidos por el modelo climático. Los estudios reproducen patrones reales en la geografía de Tolkien Antes de este trabajo, una simulación similar ya había demostrado que estos enfoques también pueden servir para explicar ciencia. El climatólogo Dan Lunt, profesor de Climate Science en la University of Bristol, publicó en 2013 una simulación del clima de la Tierra Media que terminó utilizándose en aulas para enseñar meteorología. Según explicó el propio Lunt, el escenario narrativo ayudaba a ilustrar principios físicos difíciles de transmitir con ejemplos cotidianos. El estudio transformó un paisaje literario en una herramienta pedagógica para explicar cómo circula el aire húmedo o cómo se distribuyen las precipitaciones. Los profesores encontraron que un entorno conocido por los lectores permitía explicar fenómenos atmosféricos de forma más clara. Las simulaciones mostraban cómo se forman lluvias intensas en regiones montañosas o por qué ciertas zonas quedan protegidas de las tormentas. Ese tipo de ejemplos facilitaba explicar los mecanismos que gobiernan el clima real. El climatólogo presenta una simulación que utiliza un universo literario para explicar principios meteorológicos El mismo enfoque se aplicó a la Tierra Media usando mapas detallados creados por J. R. R. Tolkien. Alex Farnsworth, investigador asociado en meteorología de la University of Bristol, junto con otros climatólogos, introdujo en el modelo datos de relieve terrestre y profundidad oceánica. Los científicos asumieron que ese mundo tenía parámetros físicos similares a los de la Tierra, como el tamaño del planeta o su distancia respecto al Sol. A partir de esas condiciones ejecutaron simulaciones completas del clima. Los resultados mostraron un patrón parecido al del oeste de Europa y el norte de África. Las lluvias aparecían con más frecuencia en el lado occidental de las Montañas Nubladas, mientras el aire descendente producía regiones más secas al este. Ese comportamiento responde al mismo mecanismo observado en cordilleras reales, donde los vientos húmedos ascienden por la ladera expuesta y descargan precipitaciones antes de cruzar la montaña. La simulación también apuntaba a una cobertura forestal amplia en gran parte del territorio. Esa distribución coincidía con descripciones literarias del propio Tolkien, donde se menciona que los bosques eran tan extensos que un animal podía desplazarse largas distancias entre árboles sin tocar el suelo. Las simulaciones buscan explicar estaciones extremas en Poniente Otro caso analizado planteaba un desafío distinto. En la saga creada por George R. R. Martin, los inviernos y veranos pueden durar décadas y aparecen de forma irregular. Dann Mitchell, profesor de Climate Science en la University of Bristol, participó en simulaciones destinadas a encontrar una explicación física plausible para ese fenómeno en Poniente. Los científicos probaron un escenario en el que el eje de rotación del planeta oscila de forma caótica durante su órbita, algo parecido a una peonza que pierde estabilidad. En la Tierra, la inclinación del eje permanece estable gracias a la influencia gravitatoria de la Luna. En ese modelo alternativo, un cambio continuo de la inclinación produciría estaciones extremadamente largas y cambios bruscos entre periodos cálidos y fríos. Los científicos proponen que un eje planetario inestable, afectado por la pérdida de un satélite, podría causar periodos climáticos muy largos El estudio planteó además una posible razón para esa inestabilidad. En el relato se menciona que el planeta tuvo dos lunas en el pasado y que una de ellas desapareció. La pérdida de ese segundo satélite podría haber alterado el equilibrio gravitatorio del sistema y desencadenado variaciones en el eje del planeta. Según The Conversation, ese tipo de simulaciones no solo convierte mapas inventados en modelos climáticos, sino que también permite responder a la pregunta inicial: algunos de esos mundos podrían sostenerse con leyes físicas reales, mientras otros solo funcionan dentro del relato que los imaginó.

No lançamento de sua pré-candidatura a governador, o prefeito do Recife expôs suas principais críticas à gestão Lyra Fonte

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У Менску 19 сакавіка вынесьлі прысуд па гучнай справе «дваровых чатаў», паведамляюць праваабаронцы «Вясны». Анжэлу Агарок і Ірыну Якаўлеву абвінавацілі паводле артыкулу 357 Крымінальнага кодэксу — «змова або іншыя дзеяньні, учыненыя з мэтай захопу дзяржаўнай улады». Ім прызначылі па восем з паловай гадоў калёніі кожнай, а таксама штраф у памеры 1000 базавых велічыняў (45 тысяч рублёў). Пра Якаўлеву вядома, што яна працавала бухгальтаркай, займалася царкоўным мастацтвам, а таксама...

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Cuca frena al brasileño por riesgo de lesión y su futuro inmediato preocupa.

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Ministerul Mediului, Apelor și Pădurilor a publicat proiectul de ordonanță de urgență care introduce reguli mai stricte pentru importul de produse second-hand, în încercarea de a limita intrarea în România a deșeurilor mascate sub această etichetă. Anunțul a fost făcut de ministrul Diana Buzoianu.

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Trong bối cảnh cuộc chiến tranh Iran bước sang tuần thứ tư, ba quan chức Hoa Kỳ, hôm qua 20/03/2026, thông báo quân đội nước này sẽ điều lính thủy quân lục chiến đến Trung Đông. Mặc dù vậy, cuộc chiến do tổng thống Mỹ Donald Trump và thủ tướng Israel Benjamin Netanyahu phát động vẫn nhận được sự ủng hộ mạnh mẽ từ thành phần cử tri trung thành với chủ nhân Nhà Trắng. Theo một cuộc khảo sát của trang Politico với 4.000 người tham gia, đa số người dân Mỹ không ủng hộ cuộc chiến, nhưng các cử tri thân phong trào MAGA vẫn tin tưởng vào những quyết định của Donald Trump.

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Kompania izraelite Elbit Systems, fabrika e së cilës ishte cak i një sulmi terrorist në Republikën Çeke, ka edhe një kompani në Maqedoni, raporton Racin, përcjell Portalb.mk. “Elbit Systems” është një kompani izraelite me një rrjet ndërkombëtar, biznesi i së cilës është teknologjia ushtarake dhe zbatimi i sistemeve të mbrojtjes dhe sigurisë. E themeluar në […]

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