di Paolo AffatatoPhnom Penh – "La Cambogia attraversa una doppia emergenza umanitaria. Da una parte ci sono gli sfollati provocati dal conflitto al confine con la Thailandia; dall'altra c'è una crisi silenziosa, quella delle vittime delle 'scam city', persone coinvolte nel traffico di esseri umani, sequestrate e ridotte in schiavitù". Lo dice all'Agenzia Fides il Prefetto Apostolico di Battambang, il gesuita spagnolo p. Enrique Figaredo Alvargonzález, che racconta come la Chiesa cambogiana sia oggi impegnata ad affrontare difficoltà e violenze che colpiscono soprattutto i più vulnerabili. "La situazione sociale non è delle migliori", osserva il Prefetto apostolico. "Il problema delle cosiddette 'città della truffa' crea caos e povertà. Lo avvertiamo in particolare nella provincia di Battambang, vicino al confine, ma in realtà il fenomeno riguarda tutto il Paese", nota.Negli ultimi anni la Cambogia è diventata uno dei principali centri asiatici dei cosiddetti "scam compounds", complessi fortificati gestiti da reti criminali transnazionali, dove migliaia di persone vengono reclutate con false offerte di lavoro e costrette, sotto minaccia, a realizzare truffe online ai danni di vittime in tutto il mondo.Dal luglio 2025 il governo cambogiano ha lanciato una vasta operazione di contrasto, annunciando la chiusura di quasi 200 centri, l'arresto di alcuni responsabili e il rimpatrio di migliaia di persone. Tuttavia organizzazioni internazionali come "Amnesty International" sostengono che gran parte delle strutture abbia semplicemente cambiato sede o riaperto sotto altre forme e denunciano persistenti fenomeni di collusione tra gruppi criminali e funzionari locali. Restano inoltre documentati casi di lavoro forzato, tortura, violenze sessuali, detenzione arbitraria e omicidi.Proprio su questo fronte, la Caritas della Cambogia, guidata da p. Figaredo, concentra oggi gran parte delle proprie energie: "Tutte queste persone sono vittime della tratta di esseri umani", racconta il religioso. "Partono dai loro paesi con grandi speranze, pensando di trovare un buon lavoro. Invece cadono in trappola. Appena arrivano, gli organizzatori della rete criminale sequestrano loro i passaporti, le minacciano, usano violenza le trasformano in schiavi". Le vittime arrivano da numerosi Paesi dell'Asia e dell'Africa. "Provengono dall'Indonesia, dalle Filippine, dalla Cina, ma anche da diversi Paesi africani", spiega. "Alcuni di loro riescono a fuggire e arrivano da noi, stremati e disperati, senza alcun documento di identità, perché il passaporto è stato confiscato".Per le strutture ecclesiali come la Caritas, il primo passo è l'accoglienza: "La prima cosa è riconoscere la loro umanità sofferente e accoglierli", afferma il Prefetto apostolico. "Abbiamo un luogo dove costoro possono fermarsi e ritrovare un po' di umanità, con persone che si occupano di loro senza sfruttarli o abusare di loro. Poi iniziamo un lavoro molto delicato, insieme con il Ministero dell'Interno e con le ambasciate dei loro rispettivi paesi. Non avendo documenti, bisogna ottenerne di nuovi per permettere loro di rientrare nei Paesi d'origine", nota.Il percorso, tuttavia, è spesso lungo e complesso. "Talvolta le persone provengono da Stati che non hanno nemmeno una rappresentanza diplomatica in Cambogia", racconta. "Allora dobbiamo metterci in contatto con la Caritas del loro Paese, soprattutto in Africa, affinché possa aiutare le autorità locali a identificarli".Ogni caso richiede un attento discernimento: "Non sempre è facile capire chi abbiamo davanti", ammette p. Figaredo. "A volte non sappiamo se stiamo parlando con una vittima oppure con qualcuno che cerca soltanto un modo per uscire da una situazione complicata. Alcuni sono stati rapiti. Altri forse facevano parte dell'organizzazione criminale ma ora vogliono uscirne. Anche costoro, in un certo senso, sono intrappolati: se cercano di lasciare quei gruppi criminali da cui erano stati assoldati, rischiano di essere uccisi".Per questo, aggiunge, "noi li accogliamo comunque. Prima di tutto sono esseri umani. Tutti hanno bisogno di essere amati, curati, ascoltati. Molti sono profondamente traumatizzati. Vivono nell'insicurezza, hanno subito violenze, a volte anche di natura sessuale. Ogni persona porta le sue ferite, ha una storia diversa e ogni caso richiede attenzione particolare". Negli ultimi mesi questo servizio è diventato una delle attività principali della Caritas locale: "Siamo sommersi di lavoro", racconta. "Ci sono periodi nei quali ospitiamo gruppi di cinquanta o sessanta persone contemporaneamente. Dobbiamo nutrirle, assisterle, aiutarle a ritrovare i contatti con le loro famiglie, contattare le autorità e accompagnarle fino al rimpatrio".Accanto a questa emergenza silenziosa, la Cambogia continua a fare i conti con le conseguenze delle tensioni lungo il confine con la Thailandia. "Oggi siamo in una situazione di stallo", osserva Figaredo, che vive a Battambang, una delle province al confine. "Esiste ufficialmente un cessate il fuoco e i ministri degli Esteri continuano il dialogo. Ma il confine resta chiuso, il commercio è fermo e nelle foreste ci sono ancora soldati thailandesi e cambogiani accampati uno di fronte all'altro. Di tanto in tanto si spara ancora".Secondo il Prefetto apostolico, il rischio è che a prevalere si solo la logica della forza: "Vedendo la situazione generale a livello internazionale, nutriamo preoccupazioni per le conseguenze che possiamo avere anche nel nostro contesto: se il diritto internazionale non è più la bussola e, nelle relazioni tra stati, il criterio valido è soltanto la legge del più forte, allora tutti si sentiranno autorizzati ad agire nello stesso modo e conta solo la forza militare, con la conseguente corsa al riarmo. È molto triste vedere che gli accordi internazionali sembrano perdere valore".P. Figaredo teme inoltre che il conflitto finisca per oscurare altre emergenze: "Questa guerra mette in secondo piano i casi di tratta, gli scandali e la sofferenza dei più vulnerabili. E, come sempre, sono proprio i poveri a pagarne il prezzo".Le conseguenze umanitarie del conflitto rimangono pesanti in Cambogia. Secondo le agenzie delle Nazioni Unite, nei primi mesi del 2026 gli sfollati interni erano ancora circa 400mila, mentre il rientro di centinaia di migliaia di lavoratori migranti dalla Thailandia ha aggravato la crisi economica nelle province di confine, lasciando molte famiglie senza reddito né prospettive.Spiega il Prefetto apostolico: "Vi sono sostanzialmente due categorie di sfollati: i primi sono quelli che non possono più tornare nei loro villaggi perché oggi si trovano nell'area controllata dalla Thailandia. Per loro il governo ha costruito nuovi insediamenti nell'entroterra, con migliaia di abitazioni. Non sono ancora proprietà definitive, ma almeno permettono alle famiglie di ricominciare una vita comunitaria".Poi vi sono gli sfollati che hanno trovano rifugio nei templi buddisti oppure presso parenti: "Ho visitato queste comunità", racconta. "Ci sono persone accolte nei monasteri, altre ospitate da familiari, spesso in condizioni molto difficili, e altre ancora che vivono nei nuovi villaggi. In alcuni di questi insediamenti sono presenti anche comunità cattoliche e speriamo un giorno di poter costruire una cappella".La risposta della Chiesa si fonda sulla collaborazione tra tutte le realtà ecclesiali: "Abbiamo creato un gruppo di lavoro comune sotto il coordinamento della Caritas", spiega Figaredo. "Ogni organizzazione o comunità offre il proprio contributo: i Gesuiti lavorano nell'istruzione, altri si occupano dei bambini con disabilità, altri ancora dell'assistenza agli anziani e della distribuzione del cibo. Ognuno ha il suo piccolo compito, ma tutti collaborano".Per il Prefetto apostolico, proprio questa rete di solidarietà, pazientemente tessuta dalle diverse realtà cattoliche, rappresenta oggi uno dei segni più concreti di speranza per una Cambogia che continua a fare i conti, spesso lontano dai riflettori internazionali, con le ferite della guerra, della tratta di esseri umani e della povertà.