Città del Vaticano - La morte e il dolore provocati dalle guerre alimentate in Medio Oriente e in tutto il mondo «sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio». E «Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti», in quanto «Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità«. Lo ha ripetuto Papa Leone XIV, oggi, quinta domenica di Quaresima, volgendo il suo sguardo alle tragedie che lacerano il mondo dopo aver recitato dalla finestra del suo studio nel Palazzo apostolico la preghiera mariana dell’Angelus. Il Vescovo di Roma ha detto che continua a «seguire con sgomento la situazione in Medio Oriente, così come in altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e della violenza», e ha rinnovato «con forza l’appello a perseverare nella preghiera, affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana». Poi ha fatto riferimento alla Maratona svoltasi oggi a Roma, «con tantissimi atleti provenienti da tutto il mondo. Questo è un segno di speranza» ha sottolineato il Pontefice, auspicando che lo sport possa «tracciare sentieri di pace, di inclusione sociale e di spiritualità».Nella breve catechesi pronunciata prima della preghiera dell’Angelus, Leone XIV ha preso spunto dal brano del Vangelo secondo Giovanni letto durante la liturgia del giorno, che riporta il miracolo della resurrezione di Lazzaro.Un segno - ha sottolineato il Pontefice - «che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo». Gesù - ha proseguito Papa Prevost «oggi dice anche a noi, come a Marta, la sorella di Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”».La grazia di Cristo - ha aggiunto - «illumina questo mondo, che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento». Anche «beni materiali, divertimenti, relazioni effimere» vengono inseguiti come se «potessero riempirci il cuore o renderci immortali».E anche questo può essere visto come «il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé». Eppure «Niente di finito» ha soggiunto il Successore di Pietro, riecheggiando un passaggio delle Confessioni di Sant’Agostino «può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui».Ci sono «abitudini, condizionamenti e modi di pensare» ha riconosciuto il Papa «che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità». Ma come fece col suo amico Lazzaro, «anche a noi Gesù grida: “Vieni fuori!”, spronandoci a uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti», per «camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura».