di Cosimo Graziani
La ricerca di terre rare per la transizione energetica viene considerata una forma di neocolonialismo, e oggi è quella in cui questo fenomeno si manifesta in forma più palese, soprattutto per i suoi effetti geopolitici ed economici. Ma esistono altre pratiche di matrice neocoloniale, meno appariscenti ma dalle conseguenze altrettanto negative a livello locale. A cominciare dall’esportazione di rifiuti in Africa e in Asia da parte dei Paesi occidentali, in particolare l’esportazione di plastica, indumenti e rifiuti elettronici.
L’esportazione di rifiuti nel sud del mondo è un fenomeno che va avanti da decenni e che in passato si è cercato di regolare e arginare attraverso la stesura della Convenzione di Basilea sul Controllo del movimento di rifiuti pericolosi . Tale documento oltre allo stop del movimento dei rifiuti, aveva come altro scopo quello di aiutare i Paesi in via di sviluppo nella loro gestione e della loro eliminazione in maniera ecologica.
Purtroppo, nonostante le intenzioni, la Convenzione non ha prodotto alcun risultato concreto nella gestione dei rifiuti a livello internazionale, ma anzi la situazione è peggiorata con il passare degli anni. La loro esportazione a livello mondiale ha preso il nome di “Waste Colonialism”, ‘colonialismo dei rifiuti’, proprio perché rimane una forma di sfruttamento da parte dei Paesi che hanno un passato coloniale nei confronti delle loro ex colonie.
La forma più classica di questo colonialismo riguarda l’esportazione di plastica, la quale inizialmente non era contemplata nella Convenzione di Basilea, e vi è stata inserita soltanto a partire dal 2019 con l’introduzione di un apposito emendamento.
Per anni una delle destinazioni principali dei rifiuti da esportazione è stata la Cina, la quale però ha smesso di importare plastica e altri rifiuti dal 2018. Il fenomeno ha anche dei risvolti economici, e come accade in tutti i meccanismi economici che subiscono delle restrizioni, il flusso commerciale si è poi modificato, direzionandosi verso altre destinazioni nel Continente asiatico, a partire da come Malesia, Vietnam e Indonesia. I tre Paesi hanno ricevuto tra il 2021 e il 2023 rispettivamente 1,4 miliardi, 1 miliardo, seicentomila chili di rifiuti plastici. Tra le nuove destinazioni, ma con quantità di rifiuti minori, va anche citata l’India. Un altro paese nella regione, la Thailandia, ha seguito l’esempio della Cina e ha vietato l’importazione di plastica a partire dal 2025, dopo che tra il 2018 e il 2021 ha importato 1 milione di tonnellate di plastica.
La caratteristica che accumunava tutti questi Paesi è che la provenienza dei rifiuti rispecchiava il passato coloniale: la Malesia e l’India importano plastica del Regno Unito, mentre il Vietnam dall’Unione Europea.
A rendere la situazione più preoccupante è l’aumento del valore delle importazioni di tutti i tipi di rifiuti verso l’Asia: secondo i dati diffusi dalla Commissione delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine tra il 2017 e il 2019 il valore delle esportazioni di rifiuti dall’Unione Europea ai Paesi dell’Asean – di cui fanno parte tutti i Paesi asiatici citati fino ad ora tranne la Cina e l’India – è aumentato del 153%.
Questa situazione ha delle ovvie conseguenze ambientali. Il fatto che le importazioni di rifiuti siano aumentate negli scorsi anni nei Paesi del sud-est asiatico e che tra i rifiuti ci sia la plastica, ha una certa rilevanza anche per l’inquinamento degli Oceani, perché secondo le stime la maggior parte della plastica presente nei mari proviene proprio da fiumi asiatici .
Il problema del colonialismo dei rifiuti è presente anche in Africa. Oltre alla plastica, il continente africano è la destinazione di indumenti di seconda mano e soprattutto rifiuti tecnologici. Entrambe queste tipologie di rifiuti vengono raccolte in discariche presenti nelle maggiori città africane, attorno le quali sono sorti quartieri popolosi: a Nairobi è la discarica di Dandora, ad Accra in Ghana si trova a fianco della discarica il quartiere di Agbogbloshie, a Lagos in Nigeria è quello di Makoko, a Dar el Salam in Tanzania è quello di Tandare.
Uno dei centri di raccolta di indumenti di seconda mano più importanti in Africa è la capitale ghanese Accra. Il nocciolo della questione sta nel fatto che siano di seconda mano e di materiale sintetico, il che rende più complicato il riutilizzo. È una conseguenza della fast fashion industry, l’industria della moda usa e getta che ha come sua conseguenza il consumo rapido e la mancanza della cultura del riuso. Un fenomeno alimentato soprattutto nei Paesi occidentali, ma che vede tra i suoi perpetuatori anche la Cina, che in pochi anni si è trasformata da Paese ricevitore di rifiuti a Paese esportatore.
Gli indumenti che raggiungono l’Africa o vengono raccolti per essere rivenduti in veri e propri mercati dell’usato, o vengono raccolti in discariche, o addirittura bruciati. Queste ultime due opzioni hanno delle conseguenze devastanti da un punto di vista ambientale: secondo uno studio di Greenpeace del 2024 in cui si analizzava il fenomeno ad Accra, una buona parte degli indumenti che arrivano nella capitale ghanese viene raccolta dalla popolazione ed utilizzata come combustibile per le case. Questo provoca il rilascio di sostanze inquinanti e cancerogene nell’aria.
Ma non è la sola forma di inquinamento: quanto più gli indumenti sintetici restano nelle discariche, tanto più rilasciano microplastiche che vanno a contaminare fiumi, terreni e aria, impattando anche sugli ecosistemi locali.
Vi è poi un’altra forma di inquinamento proveniente dal colonialismo dei rifiuti, ovvero quello dei rifiuti elettronici. Si tratta della forma più moderna e più preoccupante, e tra quelle che cresce di più al mondo secondo le stime delle Nazioni Unite aggiornate all’ultimo report del 2024, con sessantadue miliardi di chili di rifiuti elettrici prodotti nel 2022 in tutto il mondo. L’invio di questo tipo di rifiuti è mascherato dai Paesi del Nord Globale come donazioni di materiale riciclabile e riutilizzabile. Per molto tempo l’esportazione di materiali elettronici nei Paesi del sud del mondo ha potuto giovarsi di una falla all’interno della Convenzione di Basilea: l’assenza di una norma precisa che regolasse il flusso dai Paesi esportatori e quelli importatori. Solo di recente il problema è stato affrontato con l’introduzione di un nuovo emendamento che ne regola i flussi, entrato in vigore il 1 gennaio 2025. Uno dei promotori di questo emendamento è stato il Ghana, perché anche in questo caso l’Africa, sebbene sia il continente al mondo che produce meno scarti di questo tipo secondo l’Onu, ne è la principale destinazione, con la Nigeria e il Ghana come punti di arrivo.
Attorno ai rifiuti elettronici è sorto un vero e proprio mercato del lavoro, in maniera analoga alla creazione dei ‘mercati dell’usato’ dei vestiti importati dai Paesi del Nord Globale. Secondo le stime riportate dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro in un rapporto pubblicato nel 2019, in Nigeria ci sarebbero almeno centomila posti di lavoro informale nel settore degli scarti elettrici, i quali avrebbero la capacità di processare mezzo milione di rifiuti all’anno. La stessa cosa vale per il Ghana: secondo la Ong catalana Ciutats Defensores dels Drets Humans, per ogni tonnellata di scarti elettronici in Ghana ci sarebbero quindici lavoratori coinvolti nel riciclo dei materiali e duecento nelle riparazioni. C’è poi un altro aspetto che impedisce di affrontare il problema in maniera efficace: il Ghana guadagna ogni anno circa cento milioni di dollari in tasse dai Paesi esportatori di rifiuti elettronici, rendendo tale traffico una fonte di liquidità di cui il governo può difficilmente fare a meno.
Il problema è che ogni tipo di lavoro collegato al riuso e al riciclo di questi materiali ha delle conseguenze per la salute e per l’ambiente analoghe a quelle legate allo smaltimento della plastica e degli indumenti. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo smaltimento di questi rifiuti esporrebbe la popolazione a ben mille differenti tipi di sostanze chimiche che possono danneggiare il cervello, i polmoni e il sistema nervoso. Si tratta di una situazione analoga allo smaltimento della plastica, che in maniera simile affligge le fasce più fragili della popolazione, come le donne e i minori.