Ahmedabad – Le imponenti mobilitazioni studentesche che nelle ultime settimane hanno attraversato l'India – promosse dal nuovo movimento Cockroach Janta Party , il "Partito popolare degli scarafaggi" – non rappresentano soltanto una protesta contro la gestione del sistema educativo, ma “esprimono il desiderio delle nuove generazioni di dire la propria, di difendere la democrazia, la Costituzione e il pluralismo”, afferma il gesuita indiano p. Cedric Prakash, direttore del Centro per i diritti umani "Prashant" di Ahmedabad, in una analisi inviata all'Agenzia Fides.Per il gesuita, le dimissioni del ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, chieste dai movimenti studenteschi e giunte dopo settimane di manifestazioni, rappresentano un primo segnale di responsabilità politica. Secondo p. Prakash, l'aspetto più significativo delle proteste è il volto assunto dalla mobilitazione: "I giovani hanno detto che non permetteranno che xenofobia, settarismo o qualsiasi forma di fanatismo plasmino i loro ideali e spengano le loro speranze", afferma. Nelle manifestazioni, osserva, studenti appartenenti a religioni, comunità e gruppi sociali diversi hanno scelto di presentarsi anzitutto come “cittadini indiani”, uniti dalla comune appartenenza alla Costituzione: "Nessuno è riuscito a dividerli o a metterli gli uni contro gli altri", osserva il gesuita.Le proteste sono nate spontaneamente e hanno coinvolto grandi città, piccoli centri e villaggi: "Non è stata una mobilitazione organizzata o pagata", sottolinea p. Prakash. "È stata la risposta di una generazione indignata per il degrado del sistema educativo, per la corruzione e per la tragedia dei ventuno studenti che si sono tolti la vita dopo lo scandalo della fuga di notizie dell'esame nazionale NEET". Attorno agli studenti si è raccolto anche il sostegno di numerose organizzazioni della società civile e di organizzazioni cristiane. Ricordando migliaia di studenti che hanno attraversato le strade cantando e manifestando pacificamente, p. Prakash nota che “camminavano insieme per il cambiamento". Come ha detto l'accademico Pratap Bhanu Mehta, le nuove generazioni hanno dimostrato che il potere politico può essere chiamato a rispondere delle proprie scelte: "Per la prima volta da anni il governo ha dovuto assumersi una responsabilità politica", nota p. Prakash, rilevando che la partecipazione civile può ancora incidere sulla vita democratica del Paese.Tra gli episodi simbolici delle manifestazioni, il gesuita ricorda l’immagine di Rhiya Ahir, una giovane che, a Mumbai, si è posta davanti a un furgone della polizia chiedendo la liberazione degli studenti fermati durante una protesta. Dopo un confronto con gli agenti, i ragazzi fermati sono stati rilasciati e le immagini dell'episodio sono divenute rapidamente virali sui social media. Proprio le reti sociali sono state utilizzate dai giovani per documentare quanto stava accadendo e contestare narrazioni ritenute distorte, mentre i mass media – specialmente nella prima fase – hanno ignorato il fenomeno. Secondo il gesuita, anche questo rappresenta un segnale del cambiamento in atto nel rapporto tra cittadini e informazione.Un risultato importante delle mobilitazioni, prosegue il religioso, riguarda il recupero dello spazio democratico per il dissenso. Le manifestazioni, culminate nella marcia verso il Parlamento e in diversi casi represse dalle forze dell'ordine, hanno riaperto il dibattito sul diritto costituzionale alla protesta pacifica e al dissenso, “che sono l'essenza della democrazia”.Il movimento degli studenti esprime una crescente domanda di onestà e responsabilità nella vita pubblica: "I giovani non intendono accettare passivamente la corruzione", afferma Prakash. "Chiedono trasparenza, responsabilità e istituzioni credibili". È questa, conclude il gesuita, la novità più significativa emersa dalle proteste: “Si è risvegliata nel Paese una generazione che intende partecipare alla vita pubblica, rivendicando diritti, giustizia e il rispetto dei principi democratici sanciti dalla Costituzione indiana”.