Mosca – “È impossibile che una qualunque delle vittime della storia, uno qualunque degli innocenti o di coloro che hanno cercato in qualche modo di amare, di fare il bene, di essere premuroso, sia dimenticato. Il Signore stesso li trae fuori dal sepolcro”. Così ha parlato Stephan Lipke, vescovo ausiliare della diocesi della Trasfigurazione di Novosibirsk, durante l’omelia della Veglia pasquale a Nižnyj Tagil, un importante centro industriale degli Urali, dove vive una comunità di una trentina di cattolici. Muovendo dalla recente esperienza di viaggio nelle Filippine, dove lui e Jozef Vert, vescovo ordinario della stessa diocesi, si sono recati per rafforzare i legami con le chiese locali, affinché qualche sacerdote, religioso o religiosa possa eventualmente in futuro abbracciare la sua missione nella diocesi della Trasfigurazione, il vescovo Lipke ha messo in guardia dal pericolo della polarizzazione. “Nelle Filippine − ha affermato − il popolo sta vivendo un dolore immenso. Ad esempio, è emerso che lo Stato ha stanziato centinaia di miliardi di rubli per la protezione dalle inondazioni, ma con quei soldi i ricchi hanno costruito chissà cosa, mentre la gente continua a morire a ogni nuova tempesta. Davanti a tutto ciò, c’è chi cade nel cinismo e dice: ‘Così è la vita, che ci vuoi fare?’, cercando di accaparrarsi almeno una fetta di quella enorme torta. In alcuni prevale l’odio, in altri l’indifferenza. Oppure, un altro esempio: è stata condotta una ‘guerra alla droga’ in cui sono stati uccisi molti giovani. Ebbene, alcuni ritengono che non sia nulla di grave, poiché sono stati uccisi, secondo loro, solo pericolosi narcotrafficanti e solo raramente degli innocenti: dicono che sia quasi inevitabile, perché ‘la guerra è guerra’. Altri invece dicono di no, che sono stati uccisi molti giovani del tutto innocenti o, al massimo, piccoli tossicodipendenti. È chiaro che le persone ricordano questi eventi in modo diverso. Ma il pericolo è che la polarizzazione, online e non solo, renda le persone indifferenti al dolore altrui’”. Un pericolo che riguarda ancora oggi i conflitti legati alla terra in cui Gesù ha vissuto e ha indicato un modo diverso di vivere e concepire l’altro. Ha continuato il vescovo: “Lo stesso accade oggi in Medio Oriente: c’è chi dice che i palestinesi non meritino compassione, poiché sosterrebbero tutti i terroristi. E altri dicono che non bisogna aver pietà degli ebrei, compresi bambini e pacifisti, perché sarebbero tutti dalla parte dei colonizzatori. Certamente i cristiani, il cui Maestro ha detto: ‘Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano’, non possono prendere parte a questa polarizzazione. Ma, purtroppo, capita che sia difficile evitare questa tentazione. Sembra che non siano limitate solo le riserve mondiali di carburante, ma anche quelle di compassione. A volte si cade nella tentazione di ‘risparmiare’, di pensare solo ai ‘propri’ e di dimenticare le sofferenze degli altri”. Il rischio è di vivere una fede relegata alla sfera privata, o magari limitata a qualche momento liturgico, ma che in nessun modo tocchi la mentalità con cui si guarda agli altri e alle loro vite: “Questi giorni pasquali ci testimoniano che è sempre stato così. Specialmente il Vangelo di Matteo mostra che i nemici di Gesù ritenevano che Egli si fosse intromesso inutilmente in certe sottigliezze della religione e della politica religiosa; pensavano che fosse inevitabile, o persino auspicabile ucciderlo, e che fosse rimasto vittima di una giusta collera e di corrette decisioni politiche. Per questo decisero di chiudere e sigillare per bene il Suo sepolcro con un macigno e con le guardie: che non fosse solo morto, ma anche ben rinchiuso e dimenticato. Tuttavia, i nemici di Gesù si sbagliarono di grosso: era impossibile che Colui che con la Sua stessa Parola ha creato ogni essere vivente rimanesse nella morte. Era impossibile che l’amore infinito, incarnato per potenza dello Spirito Santo, rimanesse per sempre vittima dell’odio o dell’indifferenza”. E, condividendo un ricordo della sua infanzia in Germania, ha aggiunto: “Per questo, da bambini, a Pasqua amavamo così tanto cantare: ‘Nessun sigillo, tomba o pietra, nessuna roccia può resistergli. Anche se l’incredulità stessa lo rinchiudesse, lo vedrebbe uscire vittorioso. Alleluia!’”. Il Vescovo Lipke ha anche ricordato un’antica tradizione cristiana, oggi quasi del tutto dimenticata: “Esiste inoltre la tradizione del ‘riso pasquale’. È un riso rivolto contro il diavolo, contro l’odio e l’indifferenza, contro la morte stessa, che si è sbagliata così profondamente e grossolanamente, nel pensare di poter distruggere la Vita stessa”. Ha poi concluso: “Ecco perché Gesù stesso è risorto e nessuna pietra ha potuto trattenerlo. Era impossibile che rimanesse nel sepolcro, morto. E per questa stessa ragione è impossibile che una qualunque delle vittime della storia, uno qualunque degli innocenti o di coloro che hanno cercato in qualche modo di amare, di fare il bene, di essere premuroso, sia dimenticato. Il Signore stesso li trae fuori dal sepolcro, proprio come nell’icona pasquale bizantina Cristo, con la Sua morte e risurrezione, trae Adamo ed Eva fuori dal regno della morte. Non può essere che la morte trionfi: ‘Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?’. Non ci sono più: proprio quando sembrava che Cristo fosse sconfitto, Egli si è rivelato vincitore. E allora festeggiamo insieme. Ricordiamo tutti, amiamo tutti, senza chiederci se siano ‘dei nostri’ o ‘estranei’, e gridiamo − forse non con la stessa sicurezza degli altri anni, forse con domande nel cuore o con le lacrime agli occhi −, ma cantiamo e gridiamo comunque: alleluia, perché Cristo è risorto!”. Sono circa 5 mila i cattolici che hanno preso parte alle celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua nella diocesi della Trasfigurazione, che si estende su un territorio di 2 milioni di km2. Essa è diocesi suffraganea dell’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e, assieme ad altre due diocesi, costituisce la provincia ecclesiastica della Chiesa cattolica in Russia. Dal momento che i cattolici nella Federazione Russa sono meno dell’1% della popolazione, si riuniscono per lo più in piccole o piccolissime comunità, presso alcune delle quali la presenza di un sacerdote non è continua durante l’anno.