Lione - Il volto di Pauline Jaricot è tornato a Lorette. In occasione del bicentenario del Rosario Vivente, commemorato questo fine settimana a Lione dalle Pontificie Opere Missionarie e dalla arcidiocesi, la famiglia della beata ha consegnato alla Maison de Lorette la sua maschera mortuaria in gesso bianco, nella quale è ancora rimasta attaccata una ciglia di Pauline, proclamata beata IL 22 maggio 2022. Il gesto si è svolto durante un momento di preghiera semplice e raccolto, nella cappella di Santa Filomena, nella casa dove Pauline Jaricot visse a partire dal 1832 fino alla sua morte, in povertà, nel 1862. Un vero rifugio di pace sul fianco della collina, tra la basilica di Fourvière e la cattedrale di San Giovanni Battista.È stata Marie‑Dominique Escarron, discendente della famiglia Jaricot, a consegnare la preziosa maschera a nome del “cugino Jean‑Paul”, presso il quale si trovava la reliquia, durante un momento di preghiera privato. Nata nel 1944, Marie‑Dominique guarda con emozione la ringhiera delle scale che conducono alla camera di Pauline: «Quando penso che lei toccava questa ringhiera per salire…» mormora. «Pauline, per me, è “zia Pauline”. Era la mia prozia, sono la quinta generazione», confida a Fides, un momento dopo, nel giardino della casa. In famiglia, la memoria della beata non si è mai interrotta: «Abbiamo sempre pregato Pauline. Mia madre ci faceva pregare la sera e ci parlava di lei. Pregavamo per ogni sorta di intenzioni. Ho sempre conosciuto Pauline in questo modo», racconta.Ex guida scout e poi infermiera, impegnata da lungo tempo accanto ai più fragili, Marie‑Dominique vede nella sua parente un punto di riferimento per la propria vita. «Vede - dice con pudore -, penso che Pauline non abbia bisogno della mia testimonianza per essere conosciuta!» E continua: «Mi sono detta che Pauline aveva fatto delle cose, e allora mi sono impegnata per le persone disabili nel comune di Palaiseau, nella regione parigina, dove ho vissuto gran parte della mia vita. Non è sempre semplice, ma trovo che sia un bell’esempio, e abbiamo comunque realizzato molte cose», spiega colei che afferma di amare «l’impegno». Anche suo figlio e sua nuora si sono posti sotto il discreto patronato della Beata, chiamando la loro azienda agricola “La ferme d’Apolline”, «pensando a zia Pauline», confida ancora.Appassionata di genealogia, Marie‑Dominique approfondisce la figura della fondatrice del Rosario Vivente quando viene contattata al riguardo da una cugina, Nicole: «Quando Nicole mi a contattato all'epoca della fondazione dell’associazione degli Amici di Pauline Jaricot, ho cercato su Internet i libri antichi, dicendomi che dopo la beatificazione sarebbero stati più difficili da trovare», spiega. «Ho trovato molte opere, in particolare un’edizione dei Contemporains del 1893». Le piace ricordare che, se Pauline ha donato tanto, è anche perché è cresciuta in un clima di grande generosità familiare: «Era una famiglia molto generosa. Anche sua madre era molto caritatevole, e penso che meriterebbero quanto i genitori di santa Teresa di Lisieux di essere canonizzati.»L’amicizia tra Pauline e il Curato d’ArsIn particolare, Marie‑Dominique si sofferma sull’incontro tra Pauline e il Curato d’Ars. Figlia di Antoine Jaricot, negoziante in sete diventato proprietario a Tassin, Pauline incontra Jean‑Marie Vianney, ospite abituale della casa di famiglia. «Suo padre, Antoine, si era arricchito dopo la Rivoluzione con la seta e altre attività. Con quel denaro aveva acquistato delle proprietà, in particolare a Tassin, dove si trovava Jean‑Marie Vianney, che non era ancora il Curato d’Ars, ma un giovane vicario», ricorda Marie‑Dominique. Ben presto nasce una profonda amicizia spirituale: il giovane sacerdote, colpito dalla libertà interiore della giovane laica, dirà della borsa di Pauline che era «un passaggio» attraverso il quale il denaro arrivava ai poveri.Questa generosità, Marie‑Dominique la legge anche come una forza femminile profetica in un contesto poco favorevole. «C’è un altro aspetto della vita di Pauline che mi colpisce: è stata molto male vista da alcuni signori di Fourvière. È stata giudicata male. Anch’io, come molte donne, ho vissuto quello sguardo, e penso che Pauline possa costituire un modello e un aiuto», sottolinea. «Era una giovane donna forte, in un’epoca in cui le donne non erano riconosciute. Il tempo di Pauline era duro, e lei ha sofferto la mancanza di riconoscimento, ma ha perseverato nella sua missione e nella volontà di aiutare, guidata dalla fede.»Nella luce chiara della camera di Pauline, la maschera mortuaria viene deposta su uno scaffale dove si trova anche la croce che le aveva donato il Curato d’Ars. Senza grandi discorsi, Marie‑Dominique testimonia che il dono più prezioso che Pauline le ha trasmesso è quello di una fede semplice: «Per me, la fede è preziosa, soprattutto nei momenti difficili. Non ci si sente soli. Si è sempre un po’ soli con se stessi, sposati o no, ma non si è abbandonati. La fede può nascere anche nelle prove.» E conclude: «Nella mia parrocchia del Perche non siamo abbastanza numerosi per fare il Rosario Vivente, ma recito due decine di rosario quando chiudo la chiesa.» La fecondità di un’Opera passa anche – e forse prima di tutto – attraverso questi piccoli gesti, segni di una fedeltà silenziosa e profonda.